Of Montreal – Paralytic stalks

Ad ascoltarli oggi, gli Of Montreal sembrano ancora un gruppo di sbarbatelli pronti a dare l’assalto alle convenzioni del rock, dell’elettronica, del soul, della psichedelia e chi più ne ha più ne metta. Ma se si ha la pazienza di andarsi a leggere la loro biografia, si scoprirà di avere a che fare con una band in circolazione già dalla metà degli anni ’90 (il debutto, Cherry peel, è del 1997) e che per giunta ha già all’attivo ben dieci release. Il che, francamente, è piuttosto sorprendente se si considera il loro ultimo lavoro, Paralytic stalks. Giunti a questo punto uno s’aspetterebbe un LP dignitoso sì, ma privo di mordente, prevedibile, come spesso accade alle formazioni con cinque lustri di carriera alle spalle. E invece no, perché Kevin Barnes e i suoi dimostrano una grinta e una brillantezza che il tempo sembra non aver affatto intaccato.

Tra i massimi esponenti del collettivo “Elephant 6” assieme a The Apples in Stereo, The Olivia Tremor Control, Neutral Milk Hotel, Beulah, Elf Power e Circulatory System, questi freak postmoderni hanno assemblato l’ennesimo pastiche a base di vaudeville, prog-rock, disco, r’n’b, merseybeat, psichedelia e drone/ambient. Le partiture risultano, come sempre, complesse, sfaccettate armonicamente e melodicamente, giocate su una serie di ricchi intarsi e sovrapposizioni strumentali, ma rispetto al capolavoro della seconda fase della loro carriera, Hissing fauna, are you the destroyer? (2007) e ai recenti Skeletal lamping (2008) e False priest (2010), il combo s’è spinto ancora oltre, allungando i brani, articolando ulteriormente le melodie e, in generale, premendo ancor di più sul pedale della sperimentazione. Ne è venuto fuori un mirabile intreccio di Flaming Lips e Abba, di Kinks e Prince, di Ornette Coleman e Beatles, di Krzysztof Penderecki e David Bowie.

Serpenti variopinti che si snodano in una giungla di segni, le melodie di Barnes evocano scenari surreali, parodistici, secondo l’insegnamento di Zappa, anche se il tono generale sembra lievemente più cupo rispetto al passato, come dimostra l’opener Gelid Ascent, una progressione in crescendo scandita da un drumming pesante in cui s’impastano synth e chitarre fuzzose, con inflessioni che richiamano il “Duca Bianco” dell’epoca Low-Heroes (1976-1977). Si tratta del brano in fondo più lineare della raccolta, assieme alla sceneggiata capricciosa di Spiteful intervention e a Malefic dowery, figlia di Ray Davies. Il resto del disco cede irrimediabilmente a pulsioni avant/arty. Dour percentage apre con un flauto che fa molto prog classico, ma poi vira programmaticamente verso le svenevolezze di Elton John, Bee Gees e Abba (con tanto di bassi pompati e vocals in falsetto), per concedersi infine una divagazione psych a base di tamburi pestoni, sax, coretti e ancora flauti. Pop (di nuovo Bowie), hip-hop e harsh-techno si alternano e si rincorrono sulla scena di quel teatrino stralunato che è We will commit wolf murder. Ye, renew the plaintiff parte come Prince (riff funky e coretti effeminati), ma vira presto verso Flaming Lips e MGMT, proponendo un frullato decostruito di elettronica che a sua volta, adoperando come trait d’union un fraseggio di piano, si trasforma in una sorta di arringa marziale con spunti hard/blues-rock (il solo incendiario di chitarra). Il pezzo muta ancora pelle, lasciando spazio ad un pop a base di tastierine nevrotiche e minimali e orchestrazioni sghembe, sino a collassare in un grumo di cacofonie. Il vertice della sperimentazione è però rappresentato da Exorcismic breeding knife, con la sua elettronica dilatata, cosmica, le traiettorie inquietanti degli archi, le voci che riecheggiano distanti, gelide, e le complesse sovrapposizioni sonore. Authentic pyrrhic remission è un r’n’b stralunato che arriva a spingersi ai limiti della cacofonia rumorista e della stasi drone/ambientale, chiudendo all’insegna di una languida e malinconica ballad per piano e voce. Wintered debts immerge i Kinks (e forse anche il glam-pop del Bowie di Hunky dory) in un soundscape sintetico dilatato, condito dagli immancabili archi.

Come si sarà capito, siamo difronte ad un lavoro estremamente complesso, sfaccettato, in cui tuttavia la ricerca musicale non è un vuoto esercizio di accademismo, un fatto meramente formale, ma sostanziale. Paralytic stalks non è un collage di suoni, ma un’amalgama densa, ottenuta anche grazie al contributo prezioso del produttore Jon Brion. Il 2012 musicale si apre con il botto: e non poteva essere altrimenti con gli Of Montreal.

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