Birds of Passage – Without the world

Dodici ballate scheletriche, esangui, relitti sonori che vagano alla deriva in un oceano indistinto di suoni sintetici, in balia di gelide correnti. Per il suo debutto, Alicia Merz, musicista e poetessa neozelandese, mette al servizio della propria narrazione intima, condotta con un filo di voce, un grumo anemico di bordoni, loop, note che s’allungano come sostanze collose, riverberi e tutta una serie di suoni manipolati. Premia la staticità, ricerca ossessivamente l’atmosfera, fedele al principio drakeiano per cui meno è più, eppure cade nell’errore più comune in questi casi: confondere intensità e noia.

Il riferimento principale dell’operazione sembra essere il post-rock ambientale dei primi Labradford (quelli di Prazision), solo che qui lo slancio “cosmico” è abbandonato in favore di un più modesto ripiegamento interiore: la scrittura predilige la confessione, la riflessione esistenzialista e, al tempo stesso, auto-analitica. Ad un tono liricamente dimesso si ricollega un approccio cantautorale, orientato al lo-fi, il quale tuttavia si mostra privo di nerbo. L’armonica di Scarlet monkeys, le distorsioni chitarristiche di Those blackest winter nights e i timidi arpeggi di The patterns on your face sono avvolti in una nube grigio nebbia, smussati, resi ottusi. La povertà di mezzi si trasforma presto in una ripetitività che solo lo strumming acustico di Fantastic frown riesce, per un istante, a spezzare. Pray for a sunny day e Heal vorrebbero avere l’intensità struggente delle cose migliori dei This Mortal Coil, ma il loro è un abbraccio che non si schiude mai, un coitus interruptus emotivo. L’ambient/avant-folk di All my lines, scandita da cupi rintocchi acustici, strizza l’occhio ai Blithe Sons, ma anche qui il fumo è superiore di gran lunga all’arrosto. Stesso discorso per la risacca di Alone and raw o la tenera nenia di My own mind, praticamente a cappella.

Non basta, insomma, sussurrare qualche verso su un tappeto di tastiere e chitarre per creare un senso di comunione spirituale col tutto e dare corpo alle proprie fisime in modo da non scivolare nel tedio. Without the world è un album che non va da nessuna parte, che affascina, ma solo per qualche secondo, e certo non colpisce con la forza con cui vorrebbe.

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