Musica per palati fini quella dei Metronomy. Con la sua creatura, Joseph Mount ha incantato sin dall’esordio, Pip Paine (2006), imponendosi definitivamente all’attenzione della critica con il seguente Nights out (2008), in cui l’elettronica disco-rave a base di synth vintage e vocoder si fondeva a più aggressive ed oscure sonorità post-punk, generando un ibrido dal notevole appeal. A distanza di tre anni, Mount è di nuovo tra noi, ma con alcune novità. Prima tra tutte, due nuovi compagni d’avventura, Gbenga Adelekan (basso, già con Lightspeed Champion) e Anna Prior (batteria). E poi un sound decisamente più levigato e pop-oriented, ma non per questo meno interessante. Il quartetto (a completare la line-up c’è Oscar Cash, sax, sostituto di Gabriel Stebbing) si muove a proprio agio tra fantasmi di Human League, Roxy Music (quelli di Avalon), Scritti Politti, ma anche Air, Phoenix e Daft Punk (il “French-touch” è sempre stata una delle grandi passioni del gruppo), declinando il tutto in nome di un’estetica ultrachic che affonda le proprie radici nelle morbide sofisticatezze degli Steely Dan e dei Fleetwood Mac anni ’70. Le melodie, raffinate ma mai ruffiane, spesso celano un’obliquità che non si rivela immediatamente, anche grazie ad arrangiamenti che arricchiscono le partiture di sfumature imprevedibili, pur nella sostanziale fedeltà a un minimalismo non ingessato, che fa da guida per intarsi strumentali di rara eleganza.
Bassi pulsanti, sintetizzatori d’epoca e chitarre distorte sono gli ingredienti alla base di We broke free. The look ha un andamento sbarazzino, ma lascia trapelare come una specie di malinconia, che assume contorni decisamente dark in She wants, affascinante rilettura dell’estetica wave dell’Inghilterra dei primi anni ’80. Un aroma vintage promana dalle track, ma è tutt’altro che tanfo di roba stantia: i Metronomy rileggono con gusto e personalità un certo sound, evitando cadute nel kitsch o nel plagio involontario. La forza di un album come The English riviera sta nel gioco di fioretto e nell’abilità di Mount di suonare “nuovo” e retrò al tempo stesso. Le chitarre di Trouble, ad esempio, chiamano in causa gli Smiths, mentre il motivo è un cullante esercizio di nostalgia ’50s “made in USA”: eppure, una pausa surreale a base di voci manipolate dal vocoder ed un finale con tastiere dalla portata orchestrale, creano un intrigante cortocircuito, che sotto una sapiente regia si trasforma in qualcosa di più di un curioso anacronismo, assumendo forma compiuta e peso sostanziale. E a proposito di convivenze per nulla forzate, Loving arm fa pensare ai New Order riletti in chiave dance minimale, con il brivido di un synth che sale lieve e il cantato in falsetto ad ammantare il tutto d’inquietudine. Il pop di Everything goes my way ammicca al candore birichino di certe produzioni d’oltremanica (ospite Roxanna Clifford dei Veronica Falls), come del resto la disco-funk sintetica di The bay (vicina ai Phoenix, ma anche agli Of Montreal). A Corinne, percorsa da una vena sotterranea d’isterismo, e all’oscura galoppata sintetica di Love underlined, fanno da contraltare Some written, elegante ballad dal retrogusto latin-jazz arrangiata per wurlitzer, stilofono, cimbali e kazoo.
Con le sue ricercatezze stilistiche e la sua elettronica misurata, ma non per questo a-comunicativa, The English riviera segna dunque una svolta nel percorso dei Metronomy. Svolta, però, che è anche consolidamento, giacché l’identità del gruppo rimane assolutamente riconoscibile, pur nel sostanziale rinnovamento della proposta musicale. Una formidabile opera di revisionismo sonoro, ma non solo: il terzo lavoro degli inglesi ha tutte le carte in regola per imporsi come caposaldo del pop elettronico contemporaneo.
