«Hurry up, we’re dreaming», «sbrigati, stiamo sognando». Non poteva essere più azzeccato il titolo del nuovo lavoro degli M83. Del resto, la musica di Anthony Gonzales si è sempre contraddistinta per la sapiente capacità di evocare mondi onirici, paesaggi dai contorni sfumati, avvolti in un’aura di mistero. Ora, a distanza di due anni da Saturdays = youth, Gonzales riscrive la geografia del proprio universo. Non più e non solo synth granulosi o passaggi ambientali: la nuova terra di sogno si popola di beat danzerecci, chitarre acustiche, bassi in slap, flauti. Le strutture si complicano: il pop muta pelle, guarda al krautrock, al post-rock, ma non perde il proprio calore, la propria disperata e sofferta umanità.
Hurry up, we’re dreaming è organizzato come un concept album: diviso in due dischi, presenta un’intro, un’outro e brevi intermezzi ambient che si alternano a brani più densi, corposi. La drammatizzazione vera e propria manca: permane tuttavia la sensazione di un viaggio, di un percorso tutto interiore, sinestetico, verso una meta forse non definita ma non per questo inesistente. Lo spetto delle citazioni è estremamente ampio: si va da Pet Shop Boys e New Order (Midnight city), a mix di Pink Floyd Sigur e Rós (Wait), passando per Beach Boys (Splendor), Animal Collective (Steve McQueen) e i Genesis dell’era Phil Collins (Claudia Lewis). Gonzales, tuttavia, riesce a riappropriarsi di spunti e idee altrui per piegarle ad una scrittura che rimane estremamente personale. Altrimenti, difficilmente Hurry up, we’re dreaming sarebbe risultato tanto omogeneo.
Riverberi, manipolazioni, sample, loop, sovrincisioni, iterazioni, crescendo possenti: tutto è al servizio di uno sguardo cinematico, di una penna che non ha paura di imbastardirsi con dancefloor (Midnight city), kraut ed elettronica a 8-bit (Raconte-moi une histoire), folk anni ’60 (Soon, my fried), grandeur post-rock (My tears are becoming a sea e Outro), shoegaze e “Madchester” (New map). Non mancano, dicevamo, gli acquerelli ambient/dreamy come Where the boats go, che si contrappongono allo spoken word con aperture sinfoniche di Echoes of mine.
Coadiuvato da uno stuolo di ospiti (tra tutti citiamo Zola Jesus, alla voce in Intro, e Justin Meda-Johnsen, bassista di Beck e Nine Inch Nails), Anthony Gonzales ha confezionato un album in bilico tra esplorazione interiore e slancio titanico, in cui la potenza immaginifica e la varietà del songwriting tracciano un affresco grandioso e malinconico al tempo stesso, immergendo l’ascoltatore in un mondo incantato dal quale è assai difficile uscire.
