Era stato un brutto colpo quel comunicato stampa dell’8 settembre dell’anno scorso con cui Mike Portnoy, storico batterista dei Dream Theater, annunciava la propria uscita dalla band. Soprattutto per i fan, perché venticinque anni assieme non si cancellano così, di colpo, con poche righe, e perché un musicista altrettanto bravo alle pelli, in grado al contempo di non alterare gli equilibri interni alla band e dunque di garantire la sopravvivenza, non era poi facile da trovare. Invece, ascoltando A dramatic turn of events, possiamo dire che il sostituto, Mike Mangini, pur difettando in personalità (l’imitazione del suo predecessore è palese), ha fatto un lavoro dignitoso, colmando una lacuna che poteva essere potenzialmente pericolosissima. A ben vedere, però, questa è l’unica nota positiva dell’ultima release del combo americano. In effetti, che «il teatro dei sogni» avesse smarrito da un po’ la propria potenza evocativa era cosa nota: per quanto discreti, Systematic chaos (2007) e Black clouds and silver lining (2009) certo non possedevano la grinta e l’imprevedibilità non diciamo di Images and words (1992, il capolavoro), ma almeno di Six degrees of inner turbolence (2002) o Octavarium (2005). Come il precedente, l’undicesimo full-lenght dei bostoniani punta tutto sulla melodia ma, complice una scrittura banale, priva di reale pathos, e di pomposi arrangiamenti orchestrali, fallisce il bersaglio, scadendo nella senilità.
Che le cose non funzionino si capisce già dall’opener, On the back of the angels, che vorrebbe rifare Pull me under, ma non ne ha la forza e, complice anche il suono fastidiosamente marcato delle tastiere di Rudess, oscilla tra kitsch e patetismo. Un romanticismo svenevole caratterizza anche i lenti dell’LP, This is the life, Beneath the surface (giocata su un arpeggio acustico e sfregiata da orrendo solo di synth) e Far from heaven (per piano ed archi), mentre Lost not forgotten, nonostante lasci intravedere una maggiore articolazione, non si allontana dal virtuosistico esercizio di stile. Il fondo, però, A dramatic turn of events lo tocca con Build me up, break me down: beat sintetici, chitarroni nu-metal, keyboard orchestrali e un refrain scandalosamente banale costituiscono gli ingredienti di un autentico pasticcio, tra i pezzi peggiori mai prodotti dalla band. Bridges in the Sky sorprende con un’apertura in cui si susseguono suggestioni tibetani e liturgie cristiane, prima che riffoni truci, drumming martellanti, tastiere prog anni ’70, sinfonismi stereotipati e un ritornello ancor più banale rovinino tutto. Meglio fanno Outcry, arricchita qua e là da inflessioni arabeggianti, e soprattutto Breaking all illusion, di gran lunga il pezzo migliore della raccolta, che immerge la loro epica sofferta in una fantasia degna degli Yes, con Petrucci che si concede persino fraseggi di chitarra bluesy. Ma è evidente come ciò non basti a fare di A dramatic turn of events un disco riuscito. Troppe svenevolezze, troppe pacchianerie, troppa mollezza. Che l’avventura dei cinque sia giunta a conclusione?
