La domanda da porsi al cospetto di questo Arabia mountain, sesto album di studio dei Black Lips, non è se sia divertente o meno, ma piuttosto se sia un disco necessario oppure no. Anzi, a ben vedere tutta la carriera del quartetto di Atlanta, Georgia, andrebbe riletta alla luce di questo interrogativo. Perché se da un lato è indubbio che Cole Alexander e soci con i loro LP e le infuocate esibizioni live siano riusciti a regalare ai loro ascoltatori più di qualche momento piacevole, dall’altro, ci sembra altrettanto evidente come l’originalità della loro proposta musicale sia sempre stata prossima allo zero. Anche nei momenti migliori (Black lips del 2003, We did not know the forest spirit made the flowers grow del 2004 e soprattutto Let it bloom, 2005), il combo s’è limitato a proporre un mix di garage-rock, punk e psichedelia 60s dall’indubbio appeal ma dalla scarsa originalità. Revivalisti per eccellenza, citazionisti fino al midollo, i quattro non sono mai andati oltre lo scanzonato omaggio ad un’epoca e ad un sound che, a giudicare dalla passione genuina che mettono negli album, adorano incondizionatamente.
Tutta la loro opera, dunque, è una sorta di compendio di Stooges, Sonics, Fuzztones, Ramones, Rolling Stones, Syd Barrett, Velvet Underground e quant’altro, ma con un approccio che, alla ricerca della spigolosità, ha sempre preferito in fondo l’armonia, la melodia. Sotto questo punto di vista, Arabia mountain fa un ulteriore passo in avanti, configurandosi come l’LP più pop della formazione. Il sound nel complesso appare più addomesticato di quanto non fosse in passato: merito (o demerito, a seconda dei gusti) di Mark Ronson, chiamato a produrre l’album dopo la collaborazione con Amy Winehouse. Inutile aspettarsi novità: siamo al revival puro. Sghembe filastrocche à la Beach Boys (Spidey’s curse, in cui riecheggiano anche Reed e Cale), accelerazioni garage-punk (Family tree), merseybeat d’annata (Time, che occhieggia ai Kinks), deviazioni surf (Go out and get it), rock’n’roll stradaioli (Bone marrow, praticamente un plagio dei Ramones), blues-rock di derivazione Jagger/Richards (Dumpster dive), delicate nenie che citano i Troggs (Don’t mess up my baby) e qualche passaggio più eccentrico (l’agghiacciante psych-blues desertico di You keep on running, che piacerebbe a David Lynch, e Mad dog, brit-rock d’antan dominato da un sax “pulp”) sono i pilastri su cui poggia l’album. Ma è sin troppo evidente come si tratti di un mero assemblaggio di cliché, un divertissement innocuo, che scorre via leggero leggero e non lascia traccia alcuna. Arabia mountain è una collezione di graziosi motivetti sotto acido, realizzati da un gruppo di bravi discepoli, che compongono una apocrifo best-of degli anni ’60. Se vi accontentate…
