Ecco di nuovo all’opera il trio delle meraviglie Fincher–Reznor–Ross. Dopo la collaborazione per The social network, che è valso al primo l’acclamazione unanime della critica e ai secondi l’Oscar per la miglior colonna sonora, i nostri si sono ritrovati per The girl with the dragon tattoo, la nuova fatica del cineasta americano, remake di Uomini che odiano le donne dello svedese Niels Arden Oplev, a sua volta tratto dall’omonimo romanzo del connazionale Stieg Larsson. La pellicola fincheriana (protagonisti l’ex James Bond Daniel Craig e Rooney Mara) non uscirà in Italia prima del 3 febbraio, ma ci sentiamo di dire che se dovesse essere all’altezza della soundtrack, allora ci troveremmo difronte all’ennesimo colpo messo a segno da quello che è ormai uno dei cineasti americani più importanti della sua generazione.
Rispetto allo score per The social network, Reznor e Ross qui hanno lavorato maggiormente sulla matrice ambient-drone della loro musica. Accantonate definitivamente le furiose scorribande dei Nine Inch Nails (ma da questo punto di vista anche la precedente opera s’era dimostrata piuttosto avara) così come le tentazioni electro-pop che facevano capolino qua e là, i due hanno confezionato trentanove tracce all’insegna di glaciali soundscape elettronici, infarciti di ogni sorta di rumorismi e dominati da lugubri progressioni pianistiche. Le uniche due canzoni in senso stretto sono due cover, Immigrant song dei Led Zeppelin (cantata da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs), intrisa di una sensualità decadente, morbosa, malata, e Is your love strong enough? di Bryan Ferry, trasformata in una (invero assai deludente) ballad electro-rock cantata da Mariqueen Mandig, consorte di Reznor e co-intestataria del progetto How to Destroy Angels assieme al marito e allo stesso Ross. Le restati tre ore di musica, invece, ci proiettano in un limbo raggelato, un antro oscuro e mortuario, popolato di fantasmi digitali. Battiti tribali, rintocchi sinistri del piano e synth lievi come una brezza malefica disegnano il crescendo di Pinned and mounted. La nenia rarefatta di What if we could? è bilanciata dalla drum’n’bass martellante di An itch, mentre A thousand details è un incubo feroce degno dei NIN. Pause, silenzi, impennate improvvise. Stratificazioni di suoni, iterazioni ritmiche, bordoni, manipolazioni assortite. Mano a mano che si procede nell’ascolto del disco, si ha l’impressione di essere prigionieri di certi parossistici e deformi incubi lynchiani. Del resto, la stasi post-atomica di With the flies o le sinistre cadenze metronomiche di Later with the night non fanno forse pensare agli scenari perturbanti sapientemente evocati dal genio del Montana? Per certi versi, The girl with the dragon tattoo sembra l’album che Lynch avrebbe voluto realizzare con Crazy clown time ma che non è riuscito a comporre. La differenza tra le due opere è fondamentale: nel lavoro di Reznor e Ross, il ricorso ad un arsenale di trucchi già sperimentati è un mezzo per costruire una narrazione, non un mero fatto estetico, un vuoto esercizio di stile. C’è contenuto, c’è sostanza in questi bozzetti contesi tra sottile inquietudine ed orrore.
La cantilena tra droni e minimalismi di One particular moment, la materia aliena e pulsante di The splinter e la lenta meditazione di Parallel timeline with alternate outcome, che cresce drammaticamente fino a lasciar intravedere uno squarcio d’Inferno, testimoniano di una scrittura che, rispetto al precedente lavoro, s’è ancor più affinata: lavorando di sottrazione, Ross e Reznor hanno paradossalmente aumentato la forza evocativa delle proprie composizioni. Cut into pieces ne è un’altro esempio perfetto, con le sue epilessi sintetiche mandate in loop e circondate da una serie di suoni fluttuanti. Non sono da meno quanto ad eleganza e forza espressiva la danza di guerra di Great bird of prey, le sfumature glitch di Infiltrator (altro grandioso affresco digitale) e, sul fronte opposto, la funerea litania di The same as the other.
Insomma, se la colonna sonora di The social network era stata un ottimo riscaldamento, qui possiamo dire che Atticus e Trent hanno trovato decisamente la quadratura del cerchio, realizzando un album che ha una vita propria all’infuori delle immagini. E già è arrivata la candidatura ai Golden Globe…
