Con la raccolta Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare (Marcos y Marcos, 2010), Vincenzo Costantino (in arte Cinaski) s’è imposto come una delle voci più interessanti della poesia italiana contemporanea. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui.
Costantino, la sua ultima opera si apre con una dichiarazione quasi programmatica: «Sopravvivere in periferia è stata una grande scuola». La strada, però, sembra essere per lei qualcosa di più di una semplice “scuola di vita”, per citare il titolo di quella poesia. In “Solo per me”, infatti, dichiara: «La strada/ mi ha stretto la mano/ e ci siamo sorrisi./ Finalmente». Questi versi evocano una sorta di epifania, accompagnata a quel senso di calore, di intimità che si prova quando si è finalmente trovata la propria casa…
La strada, la periferia, sono componenti esistenziali. Sapere da dove si viene aiuta a capire meglio dove si sta andando. Non c’è condanna o canto della provenienza ma solo elaborazione dell’esperienza. Casa propria la si trova quando si riacquista il coraggio di non chiudere più la porta a chiave.
Milano, con le sue periferie squallide, le strade desolate ed i suoi bar è lo sfondo sui cui ambienta le sue amare e malinconiche parabole esistenziali. Dai sui versi emerge, tuttavia, un rapporto di amore – odio con la città…
Milano è una bellissima donna che ti aspetta con le gambe accavallate, a differenza di altre città che ti aspettano a gambe aperte. Devi corteggiarla in modo caparbio prima che scavalli le gambe e ti si conceda completamente: solo allora ti rendi conto di quanto amore è pronta a dare e ricevere. Tuttavia il corteggiamento è lungo e oggi corteggiare è un’usanza persa, ma non per me…
Il tono generale della raccolta, accennavamo sopra, è malinconico, disilluso. Anche quando affiora l’ombra di un sorriso («Ho cominciato a ridere/ degli uomini severi/ dei momenti storici»), essa si rivela ben presto una maschera che nasconde una profonda sofferenza interiore e la consapevolezza della tragicità dell’esistenza («Qualunque gioco ha come fine la vittoria/ solo la vita/ ha come fine la morte», sentenzia in “Carogne”). Tuttavia, qualche sprazzo di luce sembra far capolino, di tanto in tanto – per esempio in “È bellissimo”, in cui lei scrive di non poter fare a meno di alzarsi dal letto «senza cantare» o di uscire di casa «senza sorridere», malgrado piovano «pugni dal cielo/ e lacrime sudate». È l'”ottimismo della volontà” in lotta con il “pessimismo della ragione”, per dirla con Gramsci?
Non c’è né ottimismo né pessimismo: c’è osservazione. La vita sa quello che fa e si manifesta attraverso emozioni diverse, mai uguali: sta a noi elaborarle e non scegliere quali raccontare ma condividere quelle che più ti toccano. In questo senso, l’umorale diventa umorismo e la malinconia nostalgia e la disillusione è l’ennesima illusione di gioventù. La vita, in ogni suo aspetto, è analgesica anche quando è lei stessa a procurare dolore: siamo in una realtà omeopatica e non ci resta che viverla, non sopravviverla.
Altre questioni che affronta nella sua raccolta riguardano Dio e la fede, verso le quali sembra avere un atteggiamento contraddittorio. Ad esempio, in “Che bella vita” il Cielo «mantiene le distanze/ regalandoti illusioni/ e non ti invita mai»; sulla stessa falsariga si muove “Solo per me”, quando recita «Il cielo/ ha cercato/ di prendermi in giro e io ci ho creduto». Tuttavia, in “Giovinezza” sembra attendere l’arrivo di un Dio che «si decida a scendere» per far uscire il Mondo dagli «spigoli di luce» dietro cui si nasconde…
Il mio rapporto con Dio è personale e soggettivo, Mi piace cambiargli nome ogni tanto, chiamarlo Francois per esempio. Se esiste, come credo, ha un gran senso dell’umorismo ed è un gran giocatore d’azzardo, dato che ha scommesso sull’uomo. Non ha bisogno di mediazioni, per questo non credo nella chiesa come filtro. I mediatori sono sempre stati una sorta di ruffiani, e il mio anticlericalismo è rivolto agli uomini non a chi crede. Non amo i filtri, preferisco il rapporto diretto.
Parlo con Francois spesso e a volte ci ascoltiamo.
“Annoiato” e “Lascito” sono dedicate a tre grandi figure d’intellettuali, scrittori e poeti italiani, Primo Moroni e Pier Paolo Pasolini (la prima) e Cesare Pavese (la seconda). Qual è la lezione che ha appreso da questi giganti della cultura del ‘900?
Da Pavese ho imparato certamente il mestiere di vivere, da Moroni e Pasolini la passione del vivere. La cultura, se si sveste di santità, insegna a vivere: basta cominciare dalle scuole elementari…
Per rimanere in tema, in “Ecco perché scrivo” sembra quasi voler tracciare una linea di demarcazione tra poesia (registrazione “in presa diretta”, potremmo dire, della realtà) e letteratura, che è “maniera”, perché antepone, tra lo sguardo dell’artista ed il Mondo, il filtro della retorica, dell’arte dello “scrivere bene”…
Esattamente. Se il dito indice punta la luna, c’è chi guarda il dito e chi guarda la luna. Ma se la luna la indichi con il dito medio, non c’è equivoco, stai parlando chiaro, sia con la luna che con chi ti guarda e gli stai dicendo: «che cazzo perdi tempo a guardare la luna, guardati intorno, c’è bisogno di te…».
Questo ci sembra un ulteriore punto di contatto con la tradizione beat. La scelta di adottare una sorta di “prosa lirica”, il cui ritmo è più vicino alle sincopi del jazz o all’andamento “confessionale” di certo blues piuttosto che alla metrica classica, e quel nome d’arte, “Cinaski” (omaggio all’alter ego di Bukowski, Henry Chinaski), sembrano ulteriori conferme. Cosa ammira di quella scrittura, di quel movimento culturale e di quella generazione di autori?
Lo sdoganamento della libertà espressiva, della potabilità dell’espressione. La beat generation non mi ha mai affascinato (a parte Kerouac e Burroughs): mi è sempre più interessata la lost generation, per la forza e l’impeto di vita, ma riconosco lo sdoganamento che ci libera dalla metrica e dalle gabbie retoriche. Tra beat e lost generation in ogni caso preferisco la “last generation“, la mia. Con Bukowski è un discorso a parte, fatto di similitudini esistenziali per quanto riguarda la parte peggiore della vita, ma è stato un caso che entrambi amassimo scrivere e odiassimo la nostra adolescenza: capita…
Che il formato della poesia tradizionale le stia stretto è evidente anche dai suoi reading, veri e propri spettacoli in cui si spoglia dei panni del poeta per vestire quelli dell’attore, caratterizzati anche dalla collaborazione con cantautori come Vinicio Capossela (con cui ha scritto anche un libro, “In clandestinità”, uscito per Einaudi nel 2009 e presentato in una palestra di Milano, su un vero e proprio ring da pugilato…) e Folco Orselli…
La tradizione orale della poesia mi ha affascinato sin da piccolo, quando ho scoperto i trovatori. Ecco, potrei essere un moderno trovatore che trova dappertutto la poesia, anche nell’atrio di casa sua, tra odor di chiuso e di brioche… E gli amici non mi hanno mai lasciato tornare a casa da solo…
Tornando all’opera, questa sembra chiudersi all’insegna di una sorta di “pacificazione” interiore. «È già tutto scritto nell’aria/ non resta che farsi accarezzare/ dal primo all’ultimo quaderno/ tutto viene rubato/ e tutto viene restituito», recitano i versi conclusivi di “Cosa manca”, quasi a testimoniare il raggiungimento di una forma di serena accettazione di ciò che la vita ci riserva, accettazione dettata dalla consapevolezza che, alla fine, il fato (o forse Dio…) riequilibrano, in qualche modo, errori e brutture…
Non è accettazione, è cognizione di causa. Il limite dell’esistenza è l’esistenza. La vita va presa come viene, senza farsi domande. E allora non resta che lasciarsi accarezzare e ogni tanto, quando è possibile, ricambiare e condividere. È quello che cerco di fare con la mia poesia. «So quello che mi piace e mi piace quello che so» [citazione di un brano dei Genesis, I Know What I Like (In You Wardrobe), N.d.R.].
