Probabilmente a molti di voi il nome Babybird non dirà molto, ma sbagliate se pensate che si tratti dell’ennesima “next big thing” britannica. Stephen Jones è in sella da tempo ormai, dal 1995, anno di pubblicazione di I was born a man, raccolta di composizione home-made. Emerso in pieno furore “brit”, il nostro non ha goduto però della stessa considerazione commerciale di Oasis e Blur, fatta eccezione quando, nel 1996, lanciò come singolo apripista di Ugly beautiful quella You’re gorgeous che assurse al rango di tormentone di qualità, valendo al musicista di Sheffield il suo quarto d’ora di celebrità. Tuttavia, Jones non è tipo da sentire la mancanza dei riflettori, dell’ebbrezza della vetta delle chart o delle copertine dei magazine di settore: a riprova, una produttività debordante, che l’ha portato a realizzare, lontano da ogni clamore, ben undici dischi in sei anni di carriera con il moniker Babybird, a cui vanno aggiunti le release da solista o con il nome Death of the Neighborood, colonne sonore e persino romanzi.
Rispetto al passato, in The pleasures of self destruction il suo pop raffinato si carica di un mood diverso, meno cinico e più incline al sentimentalismo, anche se non per questo stucchevole. A rendere omaggio alla vena dark-esistenziale evocata dal titolo ci sono due sole tracce: l’opener, Jesus stag night club (un blues-rock stonesiano con, alla chitarra, un certo Johnny Depp), e l’elettronica I’m not a killer, omaggio al rock da dancefloor dei Kasabian reso intrigante da una coda free-jazz. Il resto è un florilegio di ballad eleganti, rilassate, dal tono ora solare, arioso (Beautiful haze, The best days of our lives, I love her, Not love, www.song), ora malinconico, elegiaco (A little more each day, The world is ours e Remember us), ora persino epico (le cavalcate elettriche di Can’t love you anymore e Song for the functioning alcoholic, tra Snow Patrol e Kings of Leon, e la più trasognata Don’t wake me). Dominate dal pianoforte e completate da trame semplici ma efficaci di chitarre, fiati, keyboard ed archi, le tredici tracce, pur nella loro sostanziale prevedibilità armonico/melodica, qualche brivido lo strappano. Quella che emerge qui è la classica abilità del fine artigiano, in grado di cesellare lavori di pregevole fattura senza sconvolgere (senza nemmeno provarci, a dire il vero) le regole del gioco. Un gioco che si chiama pop e che Mr. Jones conosce alla perfezione.
