Gli Oasis hanno incarnato lo spirito del brit-rock più di altri. Persino più dei Blur, i loro primi avversari, decisamente più intriganti sul piano musicale ma assai meno “star”. Bastò poco ai fratelli Gallagher. Bastarono due album ruffiani come Definitely maybe? (1994) e (What’s the story) Morning glory? (1995) a farne degli autentici eroi, campioni di un sound che, in effetti, si limitava per lo più a rispolverare Beatles, Kinks, Rolling Stones e Who. Dig your own soul (2008) ha posto fine all’avventura chiudendo una parabola inevitabilmente discendente. Di recente, però, Liam né Noel sono tornati alla carica. L’anno scorso, il primo ha dato pieno sfogo alla propria vena autoriale con i Beady Eye, consegnando alle stampe l’oleografico Different gear, still speeding; il secondo, invece, a distanza di qualche mese pubblica il suo primo LP post-Oasis, High flying birds.
Ora, aspettarsi qualcosa di nuovo da uno che per oltre un decennio ha campato su riff, arpeggi e melodie altrui sarebbe ridicolo. E infatti il full-lenght suona esattamente come ti aspetteresti, con dieci partiture che strizzano l’occhio a Ray Davies (più che a Lennon/McCartney) ma che, soprattutto, non dimenticano quanto fatto con la band madre. In tutti i sensi: Stop the clock fu composta una decina di anni fa e (I wanna live in a dream in my) Record machine doveva essere nella scaletta dell’ultimo CD registrato con Liam & co. Del resto il primo singolo, The death of you and me, non ricorda forse The importance of being idle (da Don’t believe the truth)? E If I had a gun e AKA… broken arrow non ammiccano invece a Talk tonight e Wonderwall (rispettivamente in The masterplan e Morning glory)? Si capisce subito, dunque, come l’ispirazione non sia esattamente al top. Gli arrangiamenti privilegiano orchestrazioni sontuose, fiati ed un tono tendenzialmente epico, ben esemplificato dall’opener, Everybody’s on the run. Non manca, tuttavia, un omaggio a Marc Bolan nel boogie (Stranded on) The wrong beach, o un numero “ballabile” in stile Happy Mondays come AKA… what a life!. Si tratta, però, di guizzi estemporanei, oltre che di citazioni superficiali. È inutile girarci intorno: quello che manca a High flying birds sono i ritornelli catchy dei bei tempi, i motivetti capaci di stamparsi a chiare lettere nella mente dell’ascoltatore.
Ma forse a Gallagher tutto ciò non interessava. Forse il suo movente era darsi un tono e realizzare un album maturo, da cantautore a tutti gli effetti. Missione fallita. Perché se da un lato non si può non provare simpatia per qualche passaggio, dall’altro è innegabile come tutto suoni incredibilmente piatto. I fan magari apprezzeranno, ma sulla fedeltà del loro amore peserà come un macigno il ricordo degli Oasis dei tempi d’oro, i quali, va detto, pur nella loro supponenza, erano ben altra cosa.
