Jane’s Addiction – The great escape artist

«Occhio a quello che desideri, perché potrebbe avverarsi»: al fan incallito che, in questi anni, ha ardentemente desiderato il ritorno dei Jane’s Addiction qualcuno avrebbe dovuto far presente questa massima. Perry Farrell e Dave Navarro non pubblicavano un disco dal 2003, anno di Strays, opera decorosa ma niente più: nel mezzo, a tenerne viva la fiamma, un greatest hits (con il solito paio di trascurabilissimi inediti), un box set e l’immancabile reunion-con-lineup-originale (Eric Avery al basso e Stephen Perkins alla batteria). Per il resto, i due erano andati per conto proprio: il primo padrone di casa nel Satellite Party allestito con FruscianteFleaIrons dei RHCP, Peter Hook, Nuno Bettencourt ed altri (l’invero intrigante Ultra payloaded, 2007); il secondo alla deriva tra TV spazzatura, porno, un tour con Billy Corgan e un featuring con i Wombats. Le preghiere del fan incallito, però, sono state ascoltate ed i Jane’s Addiction, in forma di trio (Avery s’è saggiamente defilato), sono tornati con un album nuovo di zecca, The great escape artist.

Ovviamente non ce n’era bisogno. Se già il predecessore peccava di fantasia, quest’ultima fatica dei losangelini è addirittura patetica. Un paio di numeri in apertura (Underground e End to the lies) magari non sono proprio disprezzabili, ma a conti fatti speculano sul consueto mix di sferzate chitarristiche, melodie orientaleggianti e pattern ritmici ipnotici. Ben presto, The great escape artist si rivela per quello che è realmente, un disco di banale hard-rock con un po’ d’elettronica che cerca, invano, di allontanare lo spettro del declino (Splash a Little Water on It). E così, tra citazioni scontatissime (gli U2 in Curiosity kills e Broken people, i Depeche Mode in Twisted tales) si consuma la stanca, involontaria e un (bel) po’ imbarazzante “fuga” della band dal proprio glorioso passato. Inutili i contributi di Dave Sitek (Tv on the Radio), Duff McKagan (Guns’n’Roses) e dei Master Musicians of Joujouka: The great escape artist segna la fine dei Jane’s addiction, magari non della loro avventura discografica, ché un tour, una reunion o una dozzina di inediti oggidì non si negano a nessun “reduce” degli 80-90 – ma certo del loro progetto artistico: c’è davvero troppa confusione qui, troppa stanchezza, per poter sperare di smaltirle semplicemente cambiando produttore o arrangiamenti.

Davvero un peccato ed una fine triste per una band che, un tempo, poteva toccare il cielo con un dito.

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