Bob Dylan e Mark Knopfler – Nelson Mandela Forum, Firenze

C’è stato un momento in cui, terminata l’esibizione sul palco del Nelson Mandela Forum, Bob Dylan ha fatto un paio di passi in avanti ed ha allargato le braccia. Il pubblico in piedi gli si è fatto incontro, mosso da una sorta di misteriosa sincronia, in un abbraccio collettivo, tributo ad uno dei grandi della storia del rock. È stata, questa, l’emozionante conclusione di una serata di grande musica, che oltre al menestrello di Duluth ha visto come protagonista Mark Knopfler, esibitosi poco prima.

Tra i due la stima è reciproca e di lunga data. L’ex leader dei Dire Straits non ha mai nascosto la passione per Dylan e la grande influenza che ha avuto sulla sua scrittura e Mr. Zimmerman, per contro, ha sempre mostrato di apprezzare Knopfler come chitarrista e compositore, al punto tale da chiamare a sé lo scozzese per la registrazione di Slow Train Coming (1979) e affidarsi a lui per la produzione di Infidels (1983), il disco della rinascita dopo una serie di prove non propriamente a fuoco. Il tour mondiale che i due hanno intrapreso insieme nasce dall’intento di celebrare adeguatamente i settant’anni dell’autore di Like a Rolling Stone, ma è anche un occasione per due amici di ritrovarsi e suonare insieme per il semplice piacere di farlo, senza l’assillo del disco in promozione.

La data fiorentina, la seconda nel nostro Paese dopo quella di Padova (9 novembre) e prima delle tappe di Roma e Milano (rispettivamente 12 e 14 novembre), ha confermato l’ottimo stato di forma di entrambi. Ad aprire le danze ci ha pensato, come detto, Knopfler. Lo scozzese e la sua band salgono sul palco puntualissimi, alle 21, ed infiammano subito l’audience con la doppietta What It Is e Cleaning My Gun. I tempi dei “sultani dello swing” sono definitivamente tramontati: il fraseggio del buon Mark s’è fatto più lento ed avvolgente, meno scattante, ma non per questo meno fluido, incisivo ed emozionante. Con a tracolla l’ormai fidata Gibson (che sembra aver rimpiazzato la Stratocaster in cima alle sue preferenze) incanta il pubblico con la maliconica Hill Farmer’s Blues, l’epica Speedway at Nazareth, il boogie polveroso di Song for Sonny Liston e soprattutto la celeberrima Brothers in Arms, che suscita il boato della folla sin dalle prime note. Questa e So Far Away (posta a chiusura del set) le uniche due tracce attinte dagli album dei Dire Straits, a conferma definitiva di come Knopfler sia tutt’altro che prigioniero del proprio passato. Del resto, il repertorio solista è di gran qualità e il pubblico stesso si mostra entusiasta mentre sfilano Sailing to Philadelphia, Done with Bonaparte, Marbletown (proposta in un arrangiamento in cui il blues degli Appalachi incontra il folk celtico e coronata da uno splendido solo acustico) e uno dei brani che comporranno la tracklist del prossimo album del nostro, Privateering (altro viaggio in terra di Scozia). Il musicista ricambia l’entusiasmo dei fan suonando per un’ora piena con passione, entusiasmo: rispetto al tour del 2010, che l’aveva visto esibirsi da seduto a causa di problemi alla schiena, Knopfler appare in gran forma. Ma se la sua esibizione è impeccabile è merito anche di una band ultra-collaudata, composta da virtuosi del calibro di Richard Bennett (chitarre), Glen Wolf (basso), Guy Fletcher (tastiere), Richard Cox (piano), John McCusker (violino) e Micke McGoldrick (flauto), i quali non si limitano ad assecondare i volteggi della sei corde del frontman (invero, come sua abitudine, mai invadente e logorroica), ma interagiscono con essa, talvolta rubandole persino la scena.

Terminato il set di Knopfler, mezz’ora di pausa e poi entra in scena lui, la leggenda vivente. Vestito di nero (come tutto il resto dei suoi musicisti), il voto coperto da un cappello a tesa larga, Dylan intona subito due numeri da KO, Leopard-Skin Pill-Box Hat e Girl From the North Country (rispettivamente da Blonde on Blonde, 1966, e The Freewheelin’, 1963), rese irriconoscibili da arrangiamenti blues-rock e da una voce fattasi ancor più scura, roca, gracchiante, un sogghigno beffardo che accresce l’impatto mefistofelico della performance (al look total-black dei musicisti vanno aggiunti dei sinistri faretti rossi che illuminano il proscenio). Pur se irriconoscibili, i brani sopracitati brillano ugualmente: la nuova veste arricchisce le partiture di un fascino nuovo, anche grazie alla presenza di Knopfler alla chitarra solista, il quale si tratterrà per un altro numero (Things Have Changed, riarrangiata in chiave western) prima di lasciare campo libero a Dylan e alla sua band. Altri capolavori del passato sono Tangled Up in Blue (Blood on the Tracks, 1975), All Along the Watchtower (da John Wesley Harding, 1967, qui trasfigurata in un hard-rock à la Neil Young), una Desolation Row in versione country-rock, Ballad of a Thin Man (trasformata in una piéce goticheggiante), Like a Rolling Stone (il gran finale) e Highway 61 Revisited (tutte e quattro estratte dall’omonimo album del 1965). Tra gli ultimi lavori è privilegiato Modern Times (2006), con le ottime (e swinganti) Spirit on the Water e The Levee’s Gonna Break e il rockabilly diThunder on the Mountain. C’è spazio anche per il blues incalzante ed elettrico di Honest with Me (da Love and Theft, 2001) e per la splendida ballad Forgetful Heart dall’ultimo album di studio, Togheter Through Life (2009).

Coadiuvato da uno stuolo di ottimi musicisti, Dylan è rimasto sul palco per un ora e mezza circa, dividendosi tra tastiera, sei corde e armonica (boati ad ogni solo, quasi ci si aspettasse che si materializzasse dal nulla il menestrello degli anni ’60). E se l’età gli ha incrinato la voce, certo non ha scalfito il suo carisma, la sua verve, il gusto per l’autocelebrazione ironica che è anche demolizione semiseria del proprio mito. Showman insofferente ai riti dello spettacolo rock, che pure conosce e sa furbescamente piegare alle proprie esigenze, Dylan rimane un mistero, una maschera impenetrabile, un’autentica icona, che neppure il tempo riesce a scalfire. E pazienza se alla fine i più sono rimasti delusi dalla sua performance («vocalmente finito», «le canzoni sono irriconoscibili»): Dylan non fa sconti a nessuno, è se stesso sempre e comunque, ed è questa, a ben vedere, la ragione per cui è durato così tanto.

Una serata memorabile, insomma, con due pezzi di storia del rock in grande spolvero, capaci di riunire, parlando la lingua della tradizione musicale americana e scozzese, ben tre generazioni di spettatori, a conferma di come la grande musica non suoni mai anacronistica.

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