I Coldplay oggi hanno un solo problema, ma bello grosso: le canzoni. Chris Martin le ha smarrite, ha smarrito quell’abilità di giocare con i cliché del brit-pop post-2000 che contraddistingueva Parachutes (2000) e A rush of blood to the head (2002). Non è questione di oggi, va detto: la china discendente era cominciata con il rock adulto e gelido di X & Y (2005) e proseguita con Viva la vida (2008), la sconclusionata svolta “arty”. Mylo xyloto continua lungo la strada del suo predecessore, concentrandosi sul suono e cercando un approccio sifncretico, ma si perde in una confusione modaiola. Hurts like heaven, più che a Smiths e Cure (il titolo è una citazione della loro Just like heaven), strizza l’occhio ai nipotini The Pains of Being Pure at Heart, mentre Paradise e Princess of China (featuring pretestuoso di Rhianna) fanno leva su un mucchio di stereotipi tra hip-hop e r’n’b. Immancabile, poi, la caduta (auto)citazionista, un classico per le band in crisi d’identità: il primo singolo, Everyteardrop is a waterfall, saccheggia beat e accordi di Ritmo de la noche (pezzo dance di Mystic dei primi anni ’90) e li usa come base per una melodia à la Viva la vida (a sua volta un plagio di If a could fly di Joe Satriani), mentre l’aggressiva Major minus è una rilettura (più sgranata e cupa) di God put a smile upon your face.
I risultati migliori, più a fuoco, i Coldplay li ottengono con l’elegiaca Up in flames, l’epica Don’t let it break your heart (con timidi accenni shoegaze ed un andamento marcatamente U2) e col bel crescendo di Up with the birds, l’unico momento davvero toccante della raccolta. A conferma di una sproporzione tra intenzioni e talento, gli strumentali ambientali (la title-track, M. M. I. X. e A hopeful of transmission), non a caso derubricati a semplici overture di altri pezzi.
Mylo xyloto è insomma poca cosa. La verità è che i Coldplay hanno cercato di trasformarsi nella versione pop e “hipster” dei Radiohead ma, da un lato, non ne hanno la statura, e dall’altro hanno frainteso cosa voglia dire evolversi artisticamente: non basta scegliersi un bravo produttore (Brian Eno, invero qui al minimo sindacale delle sue possibilità) e giocare un po’ con lo studio di registrazione per entrare nella storia. Stando alle voci, questo potrebbe essere l’ultimo LP per Martin e i suoi: a giudicare dallo stato di salute della band, chiuderla qui sarebbe un gesto più che opportuno.
