Bonnie “Prince” Billy – Wolfroy Goes to Town

Bonnie “Prince” Billy perde il pelo ma non il vizio. Parafrasando, passano gli anni, ma Will Oldham (vero nome del cantautore) continua a sfornare ottimi album, dischi di una grazia fuori dal comune e fuori dal tempo, come solo gli autori ormai assurti allo stato di “classici” sanno fare. Sono molte le vite che ha vissuto il menestrello di Luisville, Kentucky. Il primo contatto con il mondo della musica non avvenne, però, tramite una chitarra, ma per mezzo di una macchina fotografica: suo il celebre scatto che immortalava gli Slint sulla copertina del seminale “Spiderland” (1991), uno dei capolavori assoluti della storia del rock. Prima ancora, una carriera minore come attore per cinema e tv. Poi, a partire dal 1992, l’esordio dasongwriter: Palace, Palace Music e Palace Brothers alcuni dei suoi moniker, prima di arrivare (dopo qualche pubblicazione a proprio nome) al titolo di “Principe”.

Un’avventura più che prolifica, insomma, ricca di gemme preziose, all’insegna di un alt-country malinconico e raffinato, raramente autoindulgente e, malgrado gli inizi più orientati al lo-fi, tutt’altro che avido di preziosismi melodici o armonici. Oldham, insomma, è uno dei riferimenti imprescindibili per tutta una generazione di cantautori, punto d’incontro ideale tra i menestrelli degli anni ’60 e l’indie-rock anni ’90. E “Wolfroy Goes to Town” è l’ennesima conferma del suo talento, un album scarno, essenziale, in cui gli eleganti intrecci di sei corde (Shahzad Ismaily, Emmett Kelly) e voci (Billy, ovviamente, e Angel Olson, con l’apporto occasionale dei due chitarristi e del tastierista Ben Boye ai cori), supportati da una sezione ritmica essenziale (Danny Kiely al basso e Van Campbell alla batteria), giocano a rimpattino con i silenzi e le pause, dando vita a partiture rarefatte eppure non amorfe, dotate di una loro ben precisa fisionomia. Per quanto meditative e minimaliste, le tracce non scivolano mai nel solipsismo. Il tono è in bilico tra spettrale evanescenza (New Whaling, Cows, There Will Be Spring) e tristezza da cowboy solitario (No Match, Time to be Clear, New Tibet, Black Captain, Night Noises), con le carte che talvolta si mescolano (We Are Unhappy) e qualche spiraglio di luce (Quail and Dumplings).

Tutto funziona alla perfezione. La sensazione, come spesso accade nei dischi di Oldham, è che ogni nota ed ogni parola siano esattamente dove deve essere, e guai a togliere o spostare qualcosa: l’equilibrio raggiunto si sgretolerebbe miseramente. “Wolfroy Goes to Town” non sarà il disco dell’anno, ma è di sicuro uno dei lavori da ascoltare a tutti i costi, balsamo per le orecchie e l’anima di quanti chiedono alla musica l’intensità e la profondità della poesia.

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