James Wan – Insidious

James Wan in qualche modo la storia del cinema l’ha segnata. C’era lui, infatti, dietro la macchina da presa del primo Saw, la pellicola capostipite dell’horror moderno (“torture porn horror” o “surviving horror” sono le definizioni coniate per l’occasione dagli addetti ai lavori), che spingeva alle estreme conseguenze quel discorso sul corpo – smembrato, mutilato, squartato, sviscerato – che il cinema del terrore degli anni ’70 – ’80 aveva intrapreso. Per quanto esecrabile sul piano ideologico nel suo compiacimento sadico, nel suo indulgere con piglio morbosamente cronachistico sul dettaglio del martirio, sul particolare dell’agonia, il debutto di Wan qualche motivo d’interesse l’aveva. Tanto per cominciare, rappresentava oggettivamente una nuova frontiera del serial killer movie; secondo, costituiva un prezioso reperto culturale, testimonianza di un’epoca (la nostra) caratterizzata da un immaginario saturo, infiacchito, che per essere rianimato ha bisogno di elevati tassi di brutalità gratuita. Per non parlare, poi, di un intreccio tutto sommato avvincente (per quanto lacunoso e deficitario sul piano logico), nobilitato da un finale di grande effetto.

A distanza di sette anni da quel clamoroso successo (con annesso scandalo), Wan, dopo aver partecipato principalmente in veste di produttore esecutivo ai sei sequel dedicati all’Enigmista e diretto un paio di altri film (Dead silence e Death sentence, entrambi del 2007), il malese naturalizzato australiano torna dietro la macchina da presa con questo Insidious. La strada scelta, stavolta, è quella del sovrannaturale. In particolare, la vicenda si concentra sul tema della casa infestata, incrociandola con quello della possessione. Alternando un registro finto-documentaristico ad uno marcatamente fantastico, Wan racconta della vicenda dei Lambert, il cui figlio più grande, Dalton, un giorno entra misteriosamente in coma. Nella casa in cui abitano cominciano allora ad avvertirsi rumori sospetti, voci dalla misteriosa provenienza e a manifestarsi agghiaccianti apparizioni notturne. I coniugi, assieme al piccolo (ancora immobilizzato a letto, privo di coscienza e alimentato artificialmente) e agli altri due figli, decidono di trasferirsi. Anche nella nuova abitazione, tuttavia, continuano le terribili apparizioni. Tramite l’aiuto di una sensitiva e di un paio di parapsicologi, scopriremo che è proprio Dalton il responsabile involontario di tutto: egli è infatti una sorta di “viaggiatore notturno”, ovvero un individuo in grado, durante il sonno, di “staccare” la propria anima dal resto del corpo e di vagare in altre dimensioni. Solo che stavolta s’è spinto un po’ troppo lontano e ha smarrito la strada; pertanto, le anime di alcuni morti (e di un temibilissimo demone) si contendono l’accesso al suo corpo per guadagnare l’accesso alla nostra dimensione. Motivo? Fare il male, ovviamente.

Personaggi stereotipati (la mamma sensibile che avverte il pericolo intorno a sé, il padre distratto e inadeguato, il bambino dotato di strani poteri, la sensitiva dall’aria materna, i due scienziati un po’imbranati), ambientazione scontata (la tranquilla America delle villette con tanto di giardino e staccionata bianca) ed un plot scarsamente originale, che ibrida maldrestramente Paranormal activity, Shining, L’esorcista e soprattutto Poltergeist di Tobe Hooper (il riferimento principale) sono gli ingredienti di quest’ennesima parabola sul male che si agita dietro le tranquille parvenze della famiglia middle-class. L’orrore, infatti, non è fuori ma dentro le mura domestiche: esso è un germe i cui portatori sono proprio i due dei Lambert (uno è Dalton, l’altro non ve lo diciamo: vi rovineremmo la sorpresa). In tal senso, siamo distanti anni luce da Hooper, il quale, con la sua pellicola, imbastiva invece un discorso sul capitalismo “made in USA“, le cui fondamenta erano letteralmente erette sopra un cumulo di cadaveri. Non pensiate, tuttavia, ad un apologo chissà quanto profondo sull’ambiguità di quella che è l’istituzione sociale primaria: il tema è sì presente, ma a Wan non interessa granché. Ciò che importa al regista è strappare qualche brivido. Per far ciò, ricorre al solito, stanco campionario di cigolii, rumori e improvvise materializzazioni di creature orrende, che ha il suo culmine nel viaggio dal taglio onirico/surreale in una dimensione ultraterrena che risulta, tuttavia, scarsamente coerente con la ricerca del “realismo” che anima buona parte del film. Si salva il finale, effettivamente sorprendente. Ma è troppo poco per risollevare le sorti di Insidious, opera maldestra di quello che in fondo è nient’altro che un onesto mestierante del cinema di serie B.

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