dEUS – Keep You Close

Avevano cominciato bene i dEUS. Anzi, benissimo. “Worst Case Scenario”, album di debutto dei belgi, aveva stupito con una stordente miscela art-rock a base di Frank Zappa, Velvet Underground, Captain Beefheart, Tom Waits eSonic Youth. Blues, indie, psichedelia, avanguardia e jazz i fili con cui Tom Barman e soci intessevano partiture che avevano la propria stella polare nella provocazione dadaista e insieme nella destrutturazione dei generi tradizionali. Poi, una graduale ma inesorabile normalizzazione, accompagnata da una serie di cambi di line-up (della formazione originale sono rimasti solo il frontman e il tastierista/violinista Klaas Janzoons), cominciata con l’ottimo “The Ideal Crash” (1999) e culminata nel meno brillante e più diretto “Vantage Point” (2008).

Rispetto al predecessore, “Keep You Close” gioca su tonalità più oscure, noir. Il crooning di Barman si sposa alla perfezione con arrangiamenti orchestrali e raffinati intrecci strumentali che tracciano architetture a tratti imponenti. La band di Anversa inetta robuste dosi di inquietudine in melodie ultra-sofisticate che non per questo, però, suonano come nostalgici tributi retrò. Keep You Close, avvolgente ed incalzante al tempo stesso, per quanto ben rifinita ed abilmente strutturata, non è semplicemente calligrafica: rivela una tensione emotiva che ritroveremo anche nelle tracce successive e che, a ben vedere, costituisce la raison d’être dell’intero LP, giacché sotto il profilo musicale di novità qui ce ne sono ben poche. Schitarrate funky, fiati r’n’b e un elegante fraseggio di piano animano Constant Now. The Final Blast ha un sapore jazzato e in prossimità del ritornello schiarisce le ubbie che percorrono le strofe. Twice (We Survive) punta su beat sintetici, eleganti sortite di piano ed impennate epico-corali. Ghost, malinconica e nervosa al tempo stesso, è un piccolo gioiello di artigianato pop-rock, contrariamente a Second Nature, l’unico vero riempitivo della raccolta. I momenti memorabili sono comunque altri. Drumming tribale, sei corde che oscillano tra l’arpeggio minimalista e la progressione fuzzosa e le immancabili orchestrazioni sono gli ingredienti alla base del rabbioso crescendo di Dark Sets In (ospite Greg Dulli), intrisa di umori dark/fatalisti. The End of Romance inalbera su un pattern minimalista il recitato oscuro di Barman, salvo poi rischiararsi al giro di boa, trasformandosi in una ballad raccolta ma estremamente suggestiva proprio perché giocata sull’understatement (ritmica tribale non invadente, sottolineature minime degli archi, un fraseggio delicato di elettrica). I dEUS, però, lasciano il pezzo da novanta per ultimo: Easy, straziante confessione condotta da una drum machine ed arricchita da chitarre manipolate, tastiere, rifiniture di pianoforte e quant’altro ancora, con tanto di refrain esplosivo e coda strumentale post.

Nonostante i quasi vent’anni di attività (il debutto risale ormai al 1994), il combo nordeuropeo dimostra, con “Keep You Close”, di essere ben lontano dalla senilità. La musica dei dEUS non ha evidentemente più l’impatto sovversivo degli esordi: alla sfrontatezza che animava il suo accostarsi all’arte dei Maestri per inglobarla nel proprio virulento tessuto armonico e restituirla in forme nuove, cangianti, s’è sostituita una sorta di compostezza, di personale classicità, di linearità che tuttavia non produce mai corrività, ma al contrario custodisce tutto un sottobosco di spunti preziosi ed umori vitali da assaporare con cura, ascolto dopo ascolto.

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