Tanto per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, Ashes & fire è il tipico disco di Ryan Adams. O, per lo meno, dell’ultimo Ryan Adams. Dentro non ci troverete nulla di diverso da quanto il nostro ha fatto con i suoi Cardinals (Cold roses è stato il punto più alto di quella parentesi), ovvero una manciata di ballate alt-country prevalentemente acustiche, cesellate con grazia d’altri tempi. Del resto, il cantautore di Jacksonville, North Carolina, ha sempre avuto più di un’occhio rivolto al passato. Cresciuto nell’ammirazione del primo Elton John e di Graham Parsons, sin dai tempi dei Whiskeytown o degli esordi solisti (Heartbraker e Gold, i suoi capolavori) Adams non solo non s’è mai preoccupato di nascondere ma anzi ha più volte rimarcato la parentela tra la propria musica e il cantautorato roots made in USA dei tardi anni ’60 e dei ’70 (ai due nomi già citati aggiungiamo l’immancabile Bob Dylan e i Grateful Dead, ma la lista sarebbe lunga, in effetti). In breve tempo, grazie ad un talento indubbio, che se talvolta ha ceduto alla svenevolezza e ad un languore un po’ autocompiaciuto è stato solo per colpa di quell’iperprolificità che sino ad oggi ne ha contraddistinto la carriera, Ryan s’è imposto come un classico moderno, uno di quelli che neppure si lasciano tentare dalle mode, ma le guardano crescere e appassire rapidamente.
E dunque, dicevamo di Ashes & fire. L’aria che si respira è quella calda e accogliente di un focolare domestico, di un morbido abbraccio notturno, di una carezza affettuosa che passa e va, lasciando un pizzico di malinconia addosso. Archi, pedal steel, chitarre acustiche, qualche rintocco di piano, lievi increspature d’organo ed una sezione ritmica che più essenziale non si può assecondano le malinconia di Adams, che riesce ancora una volta nell’impresa miracolosa di plasmare il verbo dei grandi songwriter del passato senza per questo risultare impersonale o ridicolmente revivalista. Le undici partiture che compongono l’LP filano via una dopo l’altra come grani di un rosario, piccole preghiere intonate a mezza voce, con un velo di tristezza negli occhi ma il sorriso di chi sa che la nottata è ormai alle spalle.
Il “ragazzo” non è più quello di New York, New York o di Rock’n’roll, e da tempo. Dirty rain, con il suo incedere pigro ed il refrain che si spalanca meravigliosamente, è l’ennesima dimostrazione di una maturità (umana prima ancora che artistica) conquistata dolorosamente. È un uomo pacificato, Adams: il matrimonio e il taglio netto con droghe e alcool gli hanno donato quella pace alla quale aspirava da tempo. Ecco perché una canzone come Lucky now. Ed ecco perché la delicata Come home non suona fasulla e fa centro in pieno: perché suona sincera. Un velo di commozione incrina la voce in Rocks, mentre Do I wait si libra leggera, grazie ad un calibrato (e rarissimo) intervento dell’elettrica. Save me si carica di sovratoni gospel, mentre Kindness è gentile come il titolo annuncia. Ma è con il lento soul di I love you but I don’t know what to say che l’americano regala l’ennesima perla della sua carriera. Non mancano un paio di momenti più grintosi: la title-track, per esempio, o Chains of love, con gli archi che disegnano ampie volute. Il tono generale, tuttavia, è composto, meditativo. Adams ha definitivamente dismesso i panni del ribelle, ma non per questo è caduto nella trappola della senilità precoce: Ashes & fire non è un capolavoro, né un disco particolarmente originale, ma trasuda comunque classe e qualità. Un album di canzoni come non se ne fanno più: semplici, genuine, dirette, eppure in qualche modo vive.
Dopo un’assenza di tre anni, Ryan Adams ci mancava proprio.
