Björk – Biophilia

Scrivere di un album di Björk è impresa non facile. Ci si sente sempre in soggezione ad inforcare gli occhiali e a battere sulla tastiera del computer i propri giudizi su una delle artiste più influenti dell’ultimo ventennio. Nel caso di Biophilia, poi, l’emozione è anche maggiore, non solo perché arriva a distanza di ben quattro anni dal pregevolissimo Volta, ma anche perché si tratta di un disco scritto (almeno in parte) e pensato per l’iPad. A ciascuna delle dieci tracce che compone l’ottava realizzazione di studio dell’ex Sugarcubes, infatti, è associata un’app, la quale consente di esplorare l’universo di significati del pezzo, coniugando sinestesicamente udito, vista e tatto. Un tentativo ambizioso (ma non il primo: il progenitore degli app-album è The emotional mall dei Bluebrain), perfettamente in linea, a ben vedere, con la poetica di Björk, sempre in bilico tra l’evocazione di un mondo ancestrale, intriso di “sentimento oceanico”, e lo scintillio dell’hi-tech. Da questo punto di vista, Biophilia è lo sforzo supremo dell’artista: alla confezione ipertecnologica in senso lato si coniuga il tentativo di esplorare, vocalizzo dopo vocalizzo, verso dopo verso, nota dopo nota, le intime connessioni tra il Tutto. Dagli atomi agli astri, insomma, nel tentativo di adoperare la rivoluzione del tablet e dell’iPhone per cambiare la fruizione e la percezione stessa della musica.

Tanta smania, dunque, ma il risultato delude. Perché la debolezza di Biophilia è a monte, nelle partiture. I brani procedono con passo incerto, smarriti, vaghi nelle architetture, deboli nelle giunture. Melodie fragili ai limiti dell’inconsistenza, insomma, che la musicista tenta di spacciare per esperimenti d’avanguardia ricorrendo ad arrangiamenti che, pur nel loro minimalismo di fondo (la ballata spaziale Cosmogony, il soffio androide di Dark matter), non risparmiano esplosioni drum’n’bass industriali (Crystalline, sorta di balletto orientale che impiega il gameleste, strumento nato dall’unione di gamelan e celeste). Qualche tocco di eccentricità (la bobina di Tesla usata come strumento nell’invocazione digitale di Thunderbolt) non basta: dall’incubo hi-tech di Hollow alla misteriosa Sacrifice, passando per le tenue visioni di Virus e Solstice, l’album si adagia sui consueti stereotipi björkjani. Gli manca così la forza di dar seguito alla sua minaccia e implodere realmente, facendosi tutto e nulla al tempo stesso. Biophilia, in conclusione, è un lavoro affascinante ma sonnolento, assai più “umano” di quanto non voglia far credere.

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