Ventotto anni. Tanto è passato dal debutto discografico di Tom Waits. Eppure, questo burbero cantore dei bassifondi, mirabile incrocio di Captain Beefheart e Bukovski, non accenna a mollare la presa. Con Bad as me sono diciassette gli album di studio e mai che la parabola artistica del nostro abbia conosciuto l’amarezza del precipizio creativo – al massimo qualche (fisiologico) inciampo, comunque non scevro da quel fascino ombroso tipico della scrittura del nostro (vedi Real gone, 2004). Cinque anni fa una bella sorpresa era arrivata con Orphans, ma lì di inediti recenti non ce n’erano, solo brani vecchi mai pubblicati, b-sides e rarità: non un buon termometro, insomma, per valutare lo stato di salute del Waits autore. In tal senso, un marcatore valido ce lo offre proprio Bad as me, che rassicura tutti: il vecchio Tom è tornato.
Coadiuvato da una serie di illustri colleghi – gente del calibro di Keith Richards, Mark Ribot, Flea, Les Claypool, Clint Maedgen -, con l’aggiunta del figlio Casey alla batteria, Waits imbastisce qui il suo solito teatrino espressionista/primitivista. L’ispirazione sembra essere quella dei giorni migliori: la farsesca Chicago e la luciferina Raised right man, poste proprio in apertura di album, centrano subito il bersaglio. Che si cimenti con il rock’n’roll (Get lost), il blues-rock stonesiano (Satisfied), il funk (Hell broke luce) o il blues acustico (After You), Waits rimane comunque se stesso: febbrile, esagitato, nevrotico. E, al tempo stesso, metafisico: Talking at the same time, ad esempio, ricostruisce, a modo suo, i jazz-club anni ’50. Stesse atmosfere rarefatte per Face to the highway, spossata cavalcata in un deserto notturno. Pay me è invece la quintessenza della ballata waitsiana, una tenera ninna nanna condita dall’abbraccio di una fisarmonica e da azzeccati innesti di archi. Back in the crowd è un altro omaggio alla civiltà musicale degli anni ’50 (sembra di ascoltare l’Elvis Presley più languido), mentre Kiss me potrebbe essere un’outtake di Blue valentine (1978). A dimostrazione di un legame mai rescisso con il passato, con la tradizione, Last leaf gioca con la melodia di Auld lang syne (il “valzer delle candele”), trasportandoci su lidi lontani.
Bad as me, insomma, non sposta di un millimetro il baricentro della musica di Waits, ma è ben lontano dall’essere un album inutile. Avevamo bisogno della sgrammaticata poesia di strada di questo trovatore dei tempi moderni, della sua voce di cartavetro, delle sue carezze autunnali e dei suoi sfoghi furiosi. E ne avremo ancora bisogno.
