Florence + The Machine – Ceremonials

Il primo album, “Lungs”, era stato un successo di critica e pubblico. Ventotto settimane nelle chart britanniche e le lodi degli addetti ai lavori avevano proiettato l’allora appena ventitreenne Florence Welch nell’empireo delle songwriter più promettenti. Dalla varietà stilistica della sua proposta musicale (un misto di soul/gospel, dream-goth pop e indie-rock) si delineava chiaramente l’identikit di un’artista dalla forte personalità e al tempo stesso di una musicista curiosa, sempre pronta a “sporcarsi” le mani con sonorità eterogenee senza tradire la propria identità. Un talento eterodosso e sfaccettato ma con le idee ben precise, insomma, al punto tale da rifiutare le sirene d’oltreoceano per rimanere fedele al suo produttore, quel Paul Epworth che, nel corso di quest’anno, ha collaborato alla realizzazione secondo lavoro di Adele, “21”, e che aveva contribuito alla perfetta resa di “Lungs”.

Era dunque per certi versi logico aspettarsi da “Ceremonials” qualcosa di diverso dal suo predecessore, e invece il nuovo album della Welch consolida certi aspetti del suo sound. Abbandonata la patina di (finta) naiveté “indipendente”, la bella Florence punta decisamente sulla grandiosità dell’insieme, tratteggiando melodie dal sapore inconfondibilmente black su robuste basi sonore, contraddistinte da un percussionismo martellante e intrise di umori più dark del passato. Sembra, a tratti, di ascoltare una miscela di Fiona Apple, Kate Bush, My Brightest Diamond e Bat for Lashes, ma con un piglio epico-marziale à la U2 e una pomposità stile Arcade Fire. Il canovaccio lungo il quale si muovono le dodici tracce dell’LP è quello di Drumming Song, uno degli highlight del debutto, un misto di possanza e aromi ancestrali incanalato in partiture che non tradiscono la forma-canzone e dotate di notevole appeal melodico, ma senza per questo risultare corrive. Nonostante manchino elementi di reale novità, “Ceremonials” è un disco di alto livello, grazie ad una scrittura che suona sempre fresca, ad arrangiamenti che, per quanto barocchi, non scadono mai nel pesante make-up architettato per mascherare un vuoto d’idee. Piaccia o no, la Welch sa il fatto suo. Lo dimostrano l’enfatica ed ariosa dichiarazione di Shake It Out, la ballad atmosferica Never Let Me Go, il crescendo rock di What the Water Gave Me, la suggestiva danza tribale di Heartlines, il soul enfatico di Lover to Lover (memore di Aretha Franklin), la celestiale All This and Heaven To, Spectrum (galoppante e sensuale), e l’r’n’b dreamy e goticheggiante di Seven Devils.

Motivi intelligenti, complesse e raffinate stratificazioni strumentali ma soprattutto una vocalità, quella della Welch, in grado di spaziare dal sospiro suadente all’impennata veemente senza perdere un filo d’intensità, di calore umano, sono i punti di forza di “Ceremonials”, album che segna una tappa importante nel percorso artistico della musicista londinese, testimoniando di una maturità raggiunta. Una maturità che non sa di stantio, di revivalistico, ma che è consolidamento e definitiva messa a fuoco di un songwriting tra i più intriganti in circolazione.

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