Zola Jesus – Conatus

Che nella musica di Zola Jesus fosse in atto un processo di “normalizzazione” s’era capito già l’anno scorso. La release di Stridulum II (preceduto dall’EP Stridulum) denotava chiaramente l’intenzione da parte dell’artista di origine russa (vero nome, Nika Roza Danilova) di abbandonare la sperimentazione del debut The spoils (2009) in favore di sonorità più pulite – mainstream, se vogliamo dirla tutta. Dall’impasto di shitgaze e no/new-wave che ne aveva fatto una delle eroine dell’underground d’iniziomillennio, s’era dunque passati ad un techno-pop venato di umori dark ma estremamente commestibile, ripulito da ogni asprezza ipnagogica.

Il nuovo lavoro, Conatus, s’inscrive ampiamente in questo secondo filone della carriera di Zola Jesus (a proposito: il nome d’arte mescola riferimenti ad Émile Zola e a Gesù), e conferma i limiti dei lavori precedenti. Messe da parte le pulsazioni industriali dei Suicide e i torbidi atti di contrizione di Diamanda Galas, la Danilova si concentra sul ballabile d’alta classe, ma senza riuscire ad evocare le suggestioni dei Knife di Silent shout (uno dei riferimenti più evidenti). L’ossuta invocazione tribale di Avalanche funziona solo se si ci lascia catturare dal viluppo di suoni con cui è orchestrata: se si ha la pazienza di guardare (ascoltare) un po’ più in profondità, si scopre il trucco e l’effetto svanisce. Il melodramma in forma di techno-pop di Hikkikomori, il requiem per dancefloor di Ixode e la più sbrigliata Seekir, per quanto ci provino, non si elevano al di sopra della media delle produzioni di genere. Meglio fanno la spossata Vessel (il primo singolo estratto), con reminiscenze industriali, l’elegia pianistica di Skin e Collapse, una preghiera intonata su un cumulo di synth stratificati. Si tratta dei brani in fondo meno ambiziosi della raccolta, ma che centrano il bersaglio proprio per via del senso di autenticità che da essi promana.

Nel complesso, però, Conatus rimane un disco deludente, in cui la confezione elegante, laccata, prevale sul contenuto. L’impressione, in effetti, è che più che un album ruffiano, questo sia semplicemente un lavoro stanco, fiacco. Forse alla Danilova gioverebbe una piccola pausa per riordinare le idee ed irrobustire la propria scrittura – per ritrovare, in definitiva, quella verve degli esordi che ormai sembra solo un lontano ricordo.

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