Neon Indian – Era Extraña

L’esordio di Neon Indian, “Psychic Chasm” (2009), segnò una piccola, silenziosa svolta nel mondo dell’elettronica. Abbandonate le produzioni laccate ad alta fedeltà di tante release coeve, l’album proponeva una rilettura degli anni ’80 musicali più edonisti in chiave smaccatamente lo-fi, affogando melodie e ritmi danzabili in un mare di stratificazioni ad opera di synth sgranati (rigorosamente vintage), beat sporchi e svolazzi digitali stile soundtrack da videogame. Ne risultava un affresco colorato, variopinto – ipnagogico, per usare un termine oggi tanto di moda. Dunque se Ernest Greene, titolare del progetto Washed Out, rappresenta il lato maturo della chillwave, Alan Palomo s’impone come l’esponente del lato più giocoso e ludico di tale filone.

“Era Extraña” è il secondo album pubblicato dal texano a nome Neon Indian, ed in esso si ritrovano le componenti tipiche di quello che abitualmente è definito glo-fi, ma con qualche piccola novità. La tavolozza del compositore si arricchisce qui di sfumature più malinconiche, quasi che li nostro voglia scrollarsi di dosso almeno in parte l’allure cartoonesca che accompagna la sua musica. Ne sono una riprova Hex Girlfriend (nonostante il ritornello arioso), l’incedere spossato di Fallout (che richiama alla memoria i New Order) e la litania depressa della title-track, che nel suo pensoso trascinarsi sembra evocare lo spettro di Ian Curtis. Persino in passaggi all’apparenza più vivaci (Halogen e The Blindside Kiss, con quest’ultima debitrice dei My Bloody Valentine), il tono oscilla tra il dimesso e il trasognato.

Paolomo evoca “abissi psichici” stratificando i suoni, giocando con loop ed iterazioni, sussurrando appena le melodie con voce esile. Lavora la “materia di cui sono fatti i sogni” per ricavarne autostrade lisergiche che conducono a dancehall spaziali (Future Sick, Suns Irrupt, Heart: Relase). La spensieratezza del primo LP sembra permanere intatta solo in Polish Girl e Arcade Blues (che omaggia i Pet Shop Boys), mentre Heart: Attack e Heart: Decay (entrambe strumentali) immergono l’ascoltatore in un mondo di sogno, ai confini della (sur)realtà.

Se c’è qualcosa che si può rimproverare all’americano è quella di non aver osato di più. Perché la sua scrittura si dimostra brillante in più di un’occasione ed i suoni risultano decisamente accattivanti accattivanti (nonostante una maggiore pulizia dell’insieme rispetto al passato). Qualcuno potrà obiettare che Paolomo si muove nell’ambito di un genere i cui confini sembrano angusti: Greene, tuttavia, ha mostrato che il glo-fi è in grado di uscire dal suo piccolo seminato per abbracciare altre suggestioni, declinandosi in modo anche più personale. “Era Extraña” è dunque un album riuscito per metà, che annuncia intuizioni ma non le sviluppa appieno, preferendo ripiegare alla fine verso approdi più sicuri. La sensazione, tuttavia, è che la prossima release a nome Neon Indian possa stupirci.