Abbandonati i complessi intrecci strumentali dell’album precedente e le lunghe suite, la formazione di Atlanta ha confezionato una raccolta di tredici tracce impostate prevalentemente sul drumming martellante, oscuro, tribale e persino jazzy di Brann Dailor e sui riffoni spaccaossa e i solismi lancinanti di Brent Hind e Bill Kelliher, senza lesinare qualche spruzzatina di tastiere. Il giochino indubbiamente diverte, ma non esalta. Da un quartetto fantasioso e tecnicamente preparato come quello di Atlanta è lecito aspettarsi di più di qualche truculento omaggio a Josh Homme (Curl of the Burl, Thickening e Blasteroid, con quest’ultima che inietta nei Queens of the Stone Age una dose di furia hardcore), di banali incursioni heavy apocalittiche (Black Tongue) o di grintosi ma stereotipati hard-rock foderati di metallo (Dry Bone Vally). Il disco comincia a risollevarsi un po’ quando sale in cattedra Scott Kelly, vocalist dei Neurosis, già al microfono per la band nella title-track di “Crack the Sky” (di cui era anche co-autore): la sua veemente interpretazione di Spectrelight, uragano di sezioni ritmiche atomiche e sei corde assassine, ammorba questo galoppata tra metalcore di umori luciferini, colpendo se non altro sul piano emotivo. Niente male neanche Bedazzled Fingernails, math-rock torrido che rilegge Omar Rodriguez Lopez e i suoi Mars Volta ma con un piglio che richiama alla mente i Metallica e i gruppi old-school più estremi, guarnendo il tutto con le solite keyboard fantasmatiche.
Non mancano, ovviamente, i passaggi più dilatati, che si collocano – inutile dirlo – tra i momenti più interessanti della raccolta, seppure sian ben lungi dall’essere trascendentali. Stargasm, ad esempio, gioca brillantemente sull’alternanza dialettica dialettica tra slanci cosmici (disegnati tramite opportuni rallentamenti e linee vocali che si distendono lentamente, rimandando a spazi ampi) e un groviglio concentrazionario e sanguigno di “machismi” metal (corretti da passaggi sinistri di tastiere). All the Heavy Lifting è un coacervo di ritmiche irregolari, ugole (come sempre) furenti, ed impennate immaginifiche, mentre Creature Lives tenta addirittura la carta “cosmica”, affrescando scenari alieni in chiave digitale per poi ripiegare su una nenia psych-pop, impreziosita da corali imponenti e da un emozionante solo elettrico. La title-track (tra i momenti migliori della raccolta) apre su un arpeggio misterioso di chitarra per poi abbandonarsi ad una litania sinistra, sorretta dalla solista batteria dispari. Ancora meglio fa Thickening (forse il pezzo più prog dell’LP), 4′ 30” all’insegna di solismi elettrici lancinanti, fluidi cambi di tempo, ruggiti veementi e coretti morbidi. Suggestiva e malinconica The Sparrow, un deliquio sospeso (quasi floydiano) che a metà cresce d’intensità edificando la solita architettura imponente, poi fatta implodere in prossimità del finale, da cui traspare una sorta di afflato mistico/metafisico. Non manca neanche una specie di funk-metal disarticolato, Octopus Has no Friends, che denota una sagacia melodico-armonica non comune.
“The Hunter” rimane però un lavoro tutt’altro che brillante. Troppi i cliché e troppo scoperti nei brani più immediati; tanto impegno e qualche buona intuizione in quelli più elaborati, ma senza il fuoco sacro che animava “Crack the Skye”, il disco-capolavoro degli americani, quello che aveva fatto sperare in un rilancio del metal progressivo ad alti livelli e che invece ora rischia di gettare sui Mastodon il fardello di album irripetibile, passando da colpo di genio a maledizione artistica. Ad ogni modo, stiamo ben attenti a dare per finiti Hind e soci: l’ispirazione sarà pure appannata, ma la classe (seppur a sprazzi) emerge ancora. E questo non può che far sperare per la qualità delle loro successive produzioni.
