Eravamo tutti curiosi di sapere cosa quella volpaccia di Rick Rubin e i Red Hot Chili Peppers si sarebbero inventati questa volta per monopolizzare la playlist degli Ipod di mezzo mondo: è ormai palese che i brani graffianti e incisivi degli esordi hanno lasciato il posto a un rock commerciale che ha come obbiettivo primario le vendite. Finalmente arriva il nuovo album, dopo cinque anni dagli Jupiter e Mars di “Stadium Arcadium” e l’abbandono (il secondo) di John Frusciante.
“I’m With You” sembra essere l’ennesimo ammiccare un po’ ruffiano del gruppo all’industria musicale di massa, e c’è da dire che sono anni che sento gli storici sostenitori della band bocciare i suoi lavori. Diciamo che da “By the Way” in poi l’inclinazione musicale dei californiani ha subito delle forti variazioni rispetto alle origini, cosa che ai più non è particolarmente piaciuta. Ma non si tratta solo di una trasformazione progressiva di stile e genere: con il tempo sembra che i Red Hot abbiano sempre meno di significativo da dire. “I’m with You” nasce in un clima di aspettative sempre più basse da parte dei fan (che, tuttavia, intimamente speravano in qualcosa di buono) per cui è importante, prima di una categorica bocciatura, porsi qualche domanda durante l’ascolto: l’album è davvero qualitativamente scarso oppure il problema sono i pregiudizi degli affezionati dei “peperoncini”, delusi soprattutto dai lavori del nuovo millennio?
Da una parte ci si interroga sulla “questione John Frusciante” (che non è proprio di secondaria importanza dato il modo in cui è stata sottolineata a più riprese dalle riviste musicali di mezzo mondo), chiedendosi se davvero il “vuoto” lasciato dal chitarrista incida in qualche modo sulla qualità e originalità dell’LP. Quando nel 1995 la chitarra di Dave Navarro sostituì quella di “Greenie” in “One Hot Minute”, il gruppo era reduce dall’enorme successo di pubblico e critica di “Blood Sugar Sex Magik”, successo che venne attribuito in ampia misura a Frusciante, rimpianto dopo la sua prima uscita dal gruppo per tutti gli anni Novanta, fino alla sua resurrezione umana e musicale con “Californication”. L’assenza di Frusciante condizionò in modo significativo l’ascolto e le recensioni di “One Hot Minute”, che rimane comunque un ottimo album (e Navarro un chitarrista molto bravo, che poi l’impronta Jane’s Addiction piaccia o meno è una questione soggettiva che non inficia la qualità del suo lavoro con i Red Hot).
In “I’m With You”, Josh Klinghoffer è praticamente una copia di Frusciante: il giovanotto (ex dell’androgina Pj Harvey) ha collaborato a tre quarti delle escursioni soliste di John, assimilandone tecnica e stile musicale, oltre ad aver preso parte nel 2004 al progetto Ataxia come batterista, con lo stesso Frusciante nel ruolo di chitarrista e cantante e Joe Lally (Fugazi) come bassista. Inoltre, Josh vanta un curriculum musicale di tutto rispetto, militanze e collaborazioni illustri oltre che notevoli capacità polistrumentali. Mi permetterei di aggiungere, da grande ammiratrice del lavoro di John Frusciante, che oggettivamente i suoi ultimi lavori con i Red Hot non sono stati particolarmente brillanti. Per cui il problema non può essere la presenza – assenza di Frusciante nel gruppo, nonostante sia onesto ammettere che l’italoamericano ha dimostrato doti carismatiche e lampi di genio difficilmente eguagliabili che, però, negli ultimi anni hanno avuto maggiore esplicazione nei suoi progetti solisti piuttosto che in quelli con la band.
Altra questione: cosa ci aspettiamo dai Red Hot del 2011? Un altro “Blood Sugar Sex Magik”? L’allucinata follia, il dinamismo, l’originalità degli esordi? Proviamo a risponderci di sì. Ma siete sicuri che qualcuno non li giudicherebbe datati e, perché no, fuori luogo?
Ricapitolando: John Frusciante sarà pure un mito, ma non è insostituibile. Inoltre, è naturale che un gruppo dalla carriera musicale longeva esplori nuovi orizzonti, per evitare atrofizzazioni e ripetizioni di temi e sonorità. Ma allora, cos’è che non funziona nei Red Hot degli ultimi anni, incapaci di reinventarsi veramente, monotoni nella musica e nei testi? È chiaro che “I’m With You” è destinato a far storcere il naso agli storici ammiratori della band, ma dall’altra parte riuscirà senza dubbio a conquistare un pubblico giovane, più abituato alle sonorità pop del panorama musicale degli ultimi decenni, ragazzi entrati in contatto con i Red Hot non dico proprio con “Stadium Arcadium” ma magari con “By the Way” o “Californication”. Il problema è che chi si è sfondato i timpani a forza di Snow o Tell me Baby forse ignora che i Red Hot sono stati soprattutto altro e che Frusciante, prima di diventare il Siddharta della musica, è stato l’inesperto “Green Man” a vent’anni e a ventiquattro il(la) tossico(a) Niandra Lades.
“I’m With You” non mi ha entusiasmata particolarmente, forse proprio perché anch’io faccio parte della vecchia guardia che considera i Red Hot principalmente funk e punk-rock e forse perché trovo fastidioso proprio quel termine, “hard-pop”, con cui Flea ha definito il nuovo album (perché, esiste l'”hard-pop”?). È sempre più forte l’impressione che i Red Hot di oggi possano contare soprattutto sul loro nome e che se fossero stati scoperti con un album d’esordio come “I’m With You”, invece che quasi trent’anni fa non dico proprio con il primo omonimo disco, ma magari con “The Uplift Mofo Party Plan”, non sarebbero stati destinati a cambiare, o almeno di condizionare in parte, la storia della musica in alcun modo. Che l’industria fosse in crisi, ormai schiava di ferree leggi di mercato e vendite che sempre più sacrificano bravi artisti in nome di icone glamour, pseudo-rockettari e sound sempre più orecchiabili è ormai risaputo. Si sperava che almeno i veterani non dovessero piegarsi a certi compromessi, ma a quanto pare non è così: almeno nella musica, la legge (del mercato) è ancora uguale per tutti.
