Hideo Nakata – The Incite Mill

Ingredienti per un perfetto thriller/horror. Prendete dieci persone (meglio se cinque donne e cinque uomini, ché fa più politically correct), attiratele in un abitazione sperduta, lontana dalla civiltà (magari con la promessa di una lauta ricompensa), rinchiudetecele dentro e poi, ad un tratto, sopprimetene uno – uno a caso. Mescolate il tutto con un pizzico di voyeurismo da reality show e un tocco di gore, aggiungetevi una patina da esperimento sociologico, ed è fatta, avrete il vostro bel prodotto. Peccato, però, che difficilmente riuscirete a stupire i convitati al vostro banchetto. E infatti The Incite Mill di Hideo Nakata (quello di The Ring, per intenderci), che segue la ricetta alla lettera, è quanto di più prevedibile ci si possa aspettare.

Il nuovo film del regista giapponese stenta a decollare, per via di una sceneggiatura infarcita di cliché, schematica e didascalica sino all’inverosimile, che si limita semplicemente a mescolare in modo assai patetico Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (citato esplicitamente da un personaggio e suggerito dalle miniature di sioux poste a tavola) con The cube di Vincenzo Natali (l’ambientazione claustrofobica all’interno di una casa ipertecnologica) e la saga di Saw (il voyeurismo, il meccanismo del gioco mortale). L’idea è dimostrare come l’essere umano, alle prese con le necessità della mera sopravvivenza, possa perdere i suoi tratti di animale sociale e cedere agli impulsi più primitivi. L'”homo homini lupus” hobbesiano, se volete, ma inserito all’interno di un contesto cinematografico assai povero, tanto sul piano filmico che su quello filosofico. Nakata, ossessionato dalla tecnologia (della quale sembra avere una visione apocalittica), punta il dito contro i reality show. La progressiva decimazione dei concorrenti (che, come il Truman di Peter Weir, non sanno di essere tali) viene proiettata su milioni di schermi, televisivi e non, nella totale indifferenza degli spettatori («è forte questa roba», esclamano, senza tradire alcune emozione, due giovani che si godono il programma dallo schermo di un cellulare: eppure, è appena morto un uomo…). Non siamo solo guardoni, dunque, ma anche assuefatti alla violenza, incapaci di distinguere il gioco, la finzione, dalla vita vera. È la solita vecchia storia: nella società postmoderna, fortemente mediatizzata, l’esperienza virtuale si sostituisce a quella reale, generando una pericolosa sovrapposizione che ci desensibilizza. Ma quante volte questo tema è stato toccato in modo assai più arguto (pensiamo alla Kathrin Bigelow di Strange days, al David Cronenberg di eXistenZ, o a tutta la letteratura fantascientifica/cyberpunk)?

The Incite Mill allestisce una pièce fiacca, priva di mordente, senso del ritmo, suspance e a tratti incongruente, nella quale i dieci protagonisti, per tutti e sette i giorni della loro “volontaria” prigionia, si agitano come formiche impazzite, spinte dal montare di sospetti, paranoia, ambizione e avidità (112.000 yen all’ora la paga), “schiacciati” da telecamere che spuntano fuori da ogni angolo e dall’inquietante presenza di un guardiano-robot che elimina (nel senso letterale del termine) i concorrenti che trasgrediscono le regole. Il loro dramma, tuttavia, ci vede scarsamente partecipi, anzi annoiati e persino irritati dal moralismo ipocrita che aleggia su tutta la pellicola: non ci si può lanciare in una condanna della disumanizzazione dell’odierna società dello spettacolo, che non ha pudore di mettere in scena la morte (diegeticamente) vera, per poi mostrare in modo gratuito corpi crivellati di proiettili, crani spaccati da accette, sgozzamenti autoinflitti, corpi ridotti quasi in poltiglia da soffitti mobili e teste trafitte da sparachiodi.

Film mediocre, noioso, senza neppure una scena, una sequenza, un’idea degna di questo nome, The Incite Mill è un prodotto confezionato guardando a un pubblico di bocca buona, che scambia il sociologismo d’accatto per spessore filosofico e che s’accontenta di brividi facili. I veri cultori del genere, quelli che ad una pellicola horror chiedono un minimo d’intelligenza e personalità, ne stiano alla larga.