Ed Gass-Donnelly – Small Town Murder Songs

«L’Eterno combatterà per voi e voi ve ne starete quieti» recita l’Esodo (14: 14). Ma è cosa più facile a dirsi che a farsi: l’uomo è debole, la lotta contro i propri istinti difficile, e il rischio di cedere altissimo. Queste parole, cheMosè pronunciò al cospetto del popolo eletto, sono riportate in apertura di Small Town Murder Songs, a mo’ di epigrafe. Non a caso, ovviamente. Al centro del nuovo film di Ed Gass-Donnelly vi è infatti la parabola di un uomo costretto progressivamente a fare i conti con il proprio “cuore di tenebra”, alle prese con un percorso di redenzione che si rivelerà dolorosissimo.

Walter è lo sceriffo di una piccola comunità dell’Ontario. Ha alle spalle un passato di violenza: la fede e l’amore di una donna, Sam, l’hanno riportato sulla corretta via. L’ufficiale sconta ancora le conseguenze delle proprie azioni passate (in particolare, il pestaggio di un motociclista): suo padre e suo fratello, ovvero ciò che resta della sua famiglia, a stento gli rivolgono la parola, e quella che un tempo era la sua donna, Rita, l’ha lasciato per un altro. Quando nei pressi del lago di Point Beach viene trovato il cadavere di una ragazza, una spogliarellista di nome Melanie, la situazione precipita: il protagonista, convinto che dietro il fatto ci sia Steve, l’attuale compagno della sua ex, ricade inesorabilmente preda della collera. Ma proprio quando sembra stia per cedere e massacrare l’indiziato/rivale, qualcosa scatta dentro di lui, frenandone la mano.

Più che l’indagine, dunque, al centro della pellicola del regista canadese c’è un’anima (quella di Walter) scissa, tormentata. La domanda è: si può cambiare realmente? Si può seppellire una parte di sé stessi in un qualche luogo remoto della propria coscienza ed impedirle di tornare a galla? Ovviamente no. Al massimo, come sostiene anche il diacono con cui lo sceriffo ha una chiacchierata, si può scegliere di lottare contro le proprie pulsioni. Attingendo all’immaginario dei fratelli Coen e di Cormack McCarthy (l’autore del romanzo da cui era tratto lo splendido Non è un paese per vecchi), Gass-Donnelly mette in scena un noir di gran classe, dominato dalla presenza ossessiva della religione. Lo scenario in cui si muove Walter è quello della comunità mennonita dell’Ontario, ma più che la caratterizzazione dell’ambiente, il racconto della provincia tanto cara agli autori di Fargo e Il grande Lebowski, qui è la dimensione interiore a contare. Il film si apre beffardo con il battesimo di Walter – cosa che dovrebbe far pensare ad una “rinascita”. Eppure, nonostante gli sforzi e la buona volontà, i suoi scatti d’ira aumentano, finché non ce lo ritroviamo in piena notte con in mano una mazza da baseball pronto a colpire lo sgradevole Steve, in una sorta di déjà-vu di quanto accaduto sei mesi prima, con il centauro massacrato di botte sempre sotto gli occhi di Rita. Stavolta, però, nessun colpo viene vibrato: è anzi l’uomo che poi si rivelerà essere effettivamente il colpevole a picchiare selvaggiamente lo sceriffo. Un martirio, insomma, che riequilibra in qualche modo i conti ma che ha, comunque, il sapore di una sconfitta. Il mattino dopo, sul volto tumefatto di Walter, rifugiatosi in chiesa, aleggia un sorriso soddisfatto: la sua vita, tuttavia, è finita. Sarà arrestato e si ritroverà a dover iniziare di nuovo tutto daccapo. Il prezzo della redenzione, come sempre, è altissimo.

Si parlava di religione. E al di là della diegesi, lo stesso livello filmico accumula ossessivamente segni biblici. La scansione del racconto è contrassegnata da due elementi: quattro precetti religiosi che, riportati in sovrimpressione, dividono l’opera in altrettanti capitoli, e la musica dei Bruce Peninsula, un gospel-rock enfatico e possente, che contrappunta e “commenta” le vicende, legandosi ad immagini in slow-motion e donando così vette di lirismo che creano un piacevole cortocircuito con il tono generalmente minimalista della pellicola.

Tragedia esistenzialista tinta di “nero”, Small Town Murder Songs ha i suoi punti di forza nella sceneggiatura, scabra ed essenziale nella ricostruzione di ambienti e personaggi (al punto tale che lo stesso passato di Walter non ci è illustrato con alcuna digressione, ma suggerito tramite un flashback ricorrente – l’immagine di lui che picchia qualcuno, peraltro fuori campo, e del volto atterrito di Rita), in una regia asciutta e precisa e nei due interpreti principali, Peter Stormare (anche in Fargo), capace di dar corpo in modo credibile alla duplice natura di Walter, e Jill Hennessy (star di serie tv come Law and order e Crossing Jordan), asciutta ed intensa nei panni di Rita.