Hans Petter Moland – A Somewhat Gentle Man

Titoli di testa. Il primissimo piano del volto di un uomo, pallido, solcato di rughe, l’espressione smarrita – quasi una maschera che cela una specie d’indefinibile malinconia. A guardarlo così, Ulrik non sembrerebbe proprio un criminale. Eppure si trova in piedi sulla soglia di un penitenziario, pronto per uscire. Un paesaggio innevato, immobile e raggelato come i tratti del suo viso, lo circonda, mentre le parole di una guardia lo ammoniscono a “non guardarsi indietro”, ché la vita è andare avanti e non volgersi al passato. Quel che è stato è stato, insomma: ora tocca rimboccarsi le maniche e recuperare il tempo perso. Dodici anni. Dodici anni chiuso in una cella di tre metri per tre per un omicidio, quello dell’uomo che aveva una relazione con sua moglie. Chi l’avrebbe detto che un omuncolo all’apparenza così dimesso, remissivo, uno che definiresti al massimo un fannullone, abbia potuto sparare ad un suo simile? E per una motivazione tanto “passionale”, poi. «A quei tempi ero così» si giustifica lui con Merete, la donna che lavora come impiegata nell’officina da meccanico in cui Ulrik è riuscito a farsi assumere grazie all’intervento di Rune Jensen, il boss per cui un tempo lavorava e che, mentre questi era in galera, s’è preso cura del figlio, Geir.

E già, perché Ulrik ha anche avuto il tempo di mettere al mondo un erede. Il quale, per altro, sta per renderlo nonno (convive con una deliziosa ragazza in procinto di partorire): peccato che egli, pur non nutrendo rancore contro il genitore, abbia mentito alla compagna, raccontandle della sua morte. Troppo difficile accettare di avere nel proprio parentado un delinquente abituale (perché questo era Ulrik: un gangster). E infatti quando la graziosa Siljeviene a sapere la verità, il nostro (anti)eroe è scacciato miseramente, allontanato da ciò che rimane della propria famiglia, rinnegato. Stessa cosa gli capita con Merete quando ella viene a sapere che l’uomo di cui è innamorata nel frattempo intrattiene una relazione sessuale con la sua pensionante, Karen Margrethe, la quale gli “offre” il suo corpo vecchio e flaccido, imbruttito da anni di un matrimonio all’insegna del non-amore, in cambio di cibo, facendo di Ulrik, sostanzialmente, il proprio schiavo sessuale. Il che, unito all’aspetto squallido della sua sistemazione, ci fa pensare che l’ex galeotto non sia poi in realtà tanto libero, anche se formalmente fuori di prigione. Se a questo aggiungete poi il licenziamento dal lavoro di meccanico, dovuto ad una mancata promessa (quella fatta al capofficina di tenere aperta l’attività ogni giorno nel periodo in cui egli si trovava in ospedale per un attacco di cuore), capirete perché vien difficile credere, a questo punto, che uno possa realmente scrollarsi di dosso il proprio passato.

Ulrik, uscito dal carcere, ha provato a rifarsi una vita, rinunciando in un primo momento persino all’idea della vendetta contro chi, facendo la spia, l’ha mandato in gattabuia e inimicandosi per questo Jensen ed il suo braccio destro, Rolf. Ma quando le tue chances sono bruciate e quella che dovrebbe essere la tua nuova esistenza, anziché accoglierti con un abbraccio caloroso, ti respinge in malo modo, non resta che cercare rifugio negli ambienti consueti. Ed è qui che A Somewhat Gentle Man si distacca definitivamente dal solito copione delle storie di uomini infranti in cerca di redenzione ma presi a calci dalla vita (e dalla società) fino a farli scomparire dall’angolo sudicio da cui sono venuti fuori. Perché Ulrik, sebbene in un momento di disperazione si rechi in casa dello spione, convinto finalmente dal suo boss a farlo fuori, ha poi un rigurgito di pietà: lo risparmia. Deciso presumibilmente a scomparire (magari a suicidarsi, chissà), torna per l’ultima volta dal figlio e si trova, casualmente, ad aiutare Silje a partorire. Infine, sistema i conti (come promesso) con Jensen, freddandolo. Ne occulta il cadavere e tutto fila liscio come l’olio. Non è vero, insomma, che non si possa cancellare una vita d’errori. Non è vero che non si possa ricominciare daccapo. E pazienza se questo riequilibrare le cose comporti un’altra macchiolina di sangue sulla camicia: in fondo, Ulrik è un uomo “moderatamente” gentile, non un santo. La sua logica è pur sempre quella animalesca dei bassifondi (questa è una cosa che non si può metter da parte facilmente). La “rinascita” dunque arriva, accompagnata da un sole primaverile che, sul finale, illumina il volto del protagonista, mentre l’auto che contiene il cadavere del povero boss viene appallottolata e ridotta ad un cubo arrugginito da un demolitore.

Onorato con una nomination all'”Orso d’Oro” al 60° Festival Internazionale di Berlino, il film del norvegese Hans Petter Moland è il tipico esempio di cinema nordeuropeo: minimalista, laconico, pervaso da uno humor raggelato ed infittito da una schiera di personaggi caricaturali (Jensen e il suo braccio destro, quasi una parodia di due criminali, il logorroico capo-officina Sven, la “strega cattiva” Karen Margarethe, con i suoi improbabili approcci sessuali). La storia di “redenzione”(virgolette d’obbligo, ci pare) di Ulrik si muove lungo il confine sottile tra dramma e commedia, risparmiandoci schematismi sociologici, esistenzialismi d’accatto o furbate sentimentalistiche di stampo hollywoodiano: gli abitanti di questo microcosmo che è A Somewhat Gentle Man posseggono, chi più chi meno e ciascuno a modo proprio, una certa dignità, che deriva da un atteggiamento di serena accettazione delle durezze della vita. Si tratta di sempliciotti, che cercano di sopravvivere come meglio possono, magari nascondendosi dietro una corazza di (finto) cinismo, nell’attesa che la ruota giri anche per loro.

Una storia semplice, dunque, ma raccontata con ironico garbo e corroborata da un ottimo cast (su cui spicca, nei panni del protagonista, Stellan Skarsgård, già al lavoro con Moland anche in Zero Kelvin e Aberdeen). A penalizzarla, qualche lentezza di troppo e almeno un personaggio (quello di Geir) un po’ più piatto degli altri, ma si tratta di peccatucci veniali. Nel complesso, A Somewhat Gentle Man rimane un bel film, in cui, a farla da padrone, è il piacere (unico ed indiscutibile) del racconto.