Julia Holter – Tragedy

C’è una storia sanguinosa e antichissima alla base di quest’album di debutto di Julia Holter. Una storia di amore, gelosie, passioni non corrisposte, morte – tutti gli ingredienti della “tragedia” classica, insomma. E infatti la vicenda che le otto tracce raccontano è quella mitica di Ippolito, che Afrodite, gelosa della venerazione del ragazzo per Artemide, dea della caccia, condanna di fatto a morte: fa nascere nella matrigna Fedra una passione per il giovane e quando questa, respinta, si uccide, accusandolo di stupro, il marito e padre di Ippolito, Teseo (re di Atene), lancia un anatema contro il ragazzo invocando Poseidone. Alla fine, Artemide racconta a Teseo come stanno realmente i fatti: il re chiede ed ottiene dal figlio il perdono, ma è troppo tardi. Il carro su cui il giovane viaggiava poco prima s’era infranto contro delle rocce (i cavalli erano stati spaventati da un enorme toro venuto fuori dalle acque), lasciando mortalmente ferito il giovane: il perdono che concede al padre è anche il suo ultimo alito.

La Holter ci racconta questa storia citando le traduzioni che Robert Bagg e E. P. Coleridge fecero della tragedia di Euripide, l’Ippolito appunto. I versi, magnifici, trovano un correlativo oggettivo nella musica che, con il suo afflato cosmico, sublima e trasfigura le passioni terrene in chiave mistica. L’Introduction è già epitomica del resto del disco: ad ascoltarla, sembra di fluttuare in uno spazio infinito fatto di stasi ambientali, droni, loop, captando qua e là frammenti di trasmissioni remotissime. Numi tutelari (è il caso di dirlo) dell’operazione sono Nico (l’austerità teutonica di Try to make yourself a work of art), Enya e Laurie Anderson (il balletto robotico di Goddess eyes), Kate Bush (la sognante The falling age), senza dimenticare la supervisione di Björk (Celebration) e Robert Wyatt (quello di Rock bottom, che riecheggia in Tragedy finale). Un pantheon personale, dunque, alla quale la polistrumentista e cantautrice americana paga dazio ma stando ben attenta a non abdicare alla propria personalità, alla propria visione, al proprio sentire – anche quando, in Interlude e Tragedy finale, vengono adoperate esplicite suggestioni medievali tipiche del sound della 4AD (nella seconda, in particolare, compare un sample del Corale di Bach).

Le ballate della Holter assomigliano ad un colossale buco nero, un spazio senza tempo ricco di interferenze elettromagnetiche, che si dissolvono e rinascono continuamente, alternando bisbigli dimessi a crescendo che sembrano saturare ogni piega dello spazio sonoro. Grandiose eppure fragili, le otto composizioni stendono un ponte tra avanguardia e ancestrale, disegnando un non-luogo eterno, dove malinconia infinita e amore infinito sono due facce della stessa medaglia.

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