Toni sommessi, chiaroscuri emotivi, nenie delicate, intonate in punta di piedi, ed arrangiamenti ampi, ariosi. Il folk West-coast flirta con le sinfonie adolescenziali di Brian Wilson e, non contento, s’imbastardisce di derive psych-pop, senza tralasciare il gusto per il groove. Abbondano, nelle dieci vignette di “The Death of Fun”, chitarre, synth, archi, xilofoni, percussioni e cori e l’insieme suona come un mix con la testa tra le nuvole di Byrds, CSNY, Beach Boys, Beatles e Primal Scream. Con questo loro album di debutto gli irlandesi Cashier No. 9 si sono tuffati a piene mani negli anni ’60 più dolciastri, cercando di aggiornare quella sensibilità all’epoca del DJing. E non a caso, come produttore c’è David Holmes, chiamato a fare un po’ il Phil Spector della situazione.
Il risultato, però, non è particolarmente esaltante. Una patina di omogeneità si stende su tutte le tracce, impedendo all’album di decollare veramente. Il battito avvolgente ed ipnotico di To Make You Feel Better (che, introversa nelle strofe, si apre leggera nel ritornello), la vena morbidamente lisergica di Goldstar (dall’appeal sbarazzino e brit eppure vicina a certi Mercury Rev), le wilsoniane A Promise Wearing Thin e Flick of the Wirst (con quest’ultima avvolta da uno sciame suadente di sintetizzatori), gli aromi californiani di The Lighthouse Will Lead You Out (ma nel pattern minimalista riecheggia “Madchester”), lo scherzo acido tra Beck e Eels di Good Humane la sospesa 6% LG, interamente elettronica, certo si fanno apprezzare per eleganza (della scrittura, degli arrangiamenti, dei suoni), ma non graffiano. Non c’è davvero nulla di memorabile in “The Death of Fun”. Daniel Todd, James Smith, Stuart Magowan, Philip Duffy e Ronan Quinn hanno avuto una buona intuizione, ma nello svolgerla non le hanno saputo dare reale consistenza: le loro composizioni ammaliano per qualche secondo, poi inducono allo sbadiglio, scivolando via leggere leggere.
Ben altra pasta, insomma, rispetto ai modelli di riferimento. O a colleghi coevi come Fleet Foxes o Panda Bear. Il problema è che qui latita la personalità. Il quintetto si muove ancora sulla superficie di quel vasto mondo sommerso che negli intenti dichiara di voler esplorare. Toccherà insomma sperare nel prossimo album. La sensazione, però, è che i Cashier No. 9 non siano in grado di fare sfracelli…
