The War on Drugs – Slave Ambient

Sono riusciti a superarsi, i The War on Drugs. E non era affatto facile. Soprattutto dopo un esordio del calibro di “Wagonwheel Blues” (2008). Soprattutto dopo la fuoriuscita di tre quinti della band, in particolare di quel Kurt Vile che, assieme ad Adam Granduciel, costituiva il creative-core della formazione sin dal lontano 2005, anno d’incisione del primo demo autoprodotto. Eppure, in barba a tutte le difficoltà e alla “sindrome da secondo album” che miete continuamente fior fior di vittime, “Slave Ambient” non solo conferma il talento della formazione di Philadelphia, Pennsylvania, ma ci consegna un lavoro ancor più a fuoco del predecessore.

L’idea è quella di sempre, tanto semplice quanto originale: fondere il roots-rock con lo shoegaze, il dream-pop e l’ambient. Rispetto al debutto, tuttavia, il nuovo full-lenght si libera da ogni incertezza ed amalgama tutti gli ingredienti alla perfezione, al punto tale che risulta francamente difficile catalogare le singole composizioni. Man mano che sfilano le tracce, i confini tra i generi si assottigliano sino a confondersi del tutto in partiture ipnotiche, modellate su complesse stratificazioni di suoni, in cui la demarcazione fra tradizione e modernità, tra pop e avanguardia, perde di significato, in un gioco di continui rimandi in cui è impossibile stabilire una gerarchia estetica. E così, Springsteen, Dylan e Petty te li trovi mescolati senza soluzione di continuità con My Bloody Valentine, Spaceman 3, Cocteau Twins, Brian Eno e Neu!, in un caleidoscopio che abbaglia con una forza sinestetica che deriva dalla compattezza strutturale delle partiture e dalla brillantezza della scrittura.

Niente effetti speciali, insomma, niente trucchi. Qui niente è lasciato a caso. Granduciel (vero nome, Adam Granofsky), Dave Hartley (l’altro superstite della vecchia formazione) e Mike Zanghi, armati di chitarra, basso, batteria, armonica, tastiere, sintetizzatori e campionamenti assortiti, giocano con i cliché dei generi, trasfigurandoli sino a renderli irriconoscibili. I Was There, ad esempio, è una litania psych subdolamente mascherata da ballata bluesy à la Neil Young (epoca “Harvest”), complice l’accompagnamento iterativo di piano. E che dire del rockabilly veemente di Original Slave o dell’epica Your Love Is Calling My Name, che stravolgono la lezione del “Boss” (omaggiato anche nella febbricitante Baby Missiles) in chiave kraut, iniettandovi robuste dosi di motorik ed elettronica metafisica? The Animator disegna un acquerello ambientale, condito da un sax in deliquio che introduce Come to the City, altro anthem il cui lento crescendo, accompagnato da droni e distorsioni d’ogni sorta, aggiorna all’era post-shoegaze la lezione degli U2 di Where the Streets Have No Name. Best Night, Brothers e It’s Your Destiny, dal canto loro, fanno la stessa cosa rispettivamente con Petty, il Dylan dei primi anni ’80 (al quale la vocalità del frontman, pur edulcorata del gracchiante e beffardo sarcasmo del “menestrello di Duluth”, paga dazio) ed i Byrds. L’operazione, tuttavia, non suona mai forzata: il trio non si limita a scrollare un po’ di polvere da vecchi indumenti e a spacciarli per nuovi, ma opera più in profondità, ridefinendone in alcuni casi completamente il taglio. Ne è la riprova Original Slave, un riuscito connubio di drone-music e hillbilly. City Reprise #12, dal canto suo, è uno strumentale sintetico dall’afflato cosmico, trasognato tanto quanto la preziosa trama folk-rock di Black Water Falls.

Con “Slave Ambient”, insomma, siamo al cospetto di un signor album, la cui ambizione di riscrivere in qualche modo le regole del cantautorato (post)moderno è ottimamente supportata da notevoli capacità di scrittura, arrangiamento ed esecuzione. Il disco della consacrazione per i The War on Drugs, act tra i più interessanti in circolazione.

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