Gold Leaves – The Ornament

Il fascino senza tempo della California d’estate. Il sole, il mare, il surf, quell’aroma salmastro che fluttua nell’aria carica di belle speranze eppure venata come di una malinconia, di una nostalgia inesplicabile, che spinge le labbra ad atteggiarsi ad un sorriso confuso, incerto. Ci hanno pensato i Beach Boys a dar forma di musica a quelle inquietudini adolescenziali, a quei panorami assolati carichi di “good vibration” che presto declinavano in impalpabile uggia, e la loro lezione ha fatto proseliti generando una schiera di più o meno abili epigoni. E a far rivivere l’arte del Brian Wilson dei tempi d’oro e del suo genio melodico in chiaroscuro ci prova ora Gold Leaves, alias Grant Olsen, songwriter di Seattle con all’attivo sinora un’unica uscita a nome Arthur & Yu (duo composto con Sonya Wescott), “In Camera” (2007).

“The Ornament” si compone di nove tracce all’insegna di una mistura di folk e pop anni ’60 sgranati in nome di un’estetica smaccatamente lo-fi, che accresce il fascino naif dell’operazione. Pur non inventandosi nulla di nuovo, il disco si fa apprezzare per una vena umile, che antepone la ricerca della melodia alla sperimentazione, risparmiandoci così quegli inconsistenti esercizi stilistici che sovente accompagnano questo genere di operazioni. In The Silver Lining (che tradisce qualche accento à la Richard Hawley), Hanging Window (percorsa dal brivido di un sottile malessere, evidenziato dai violoncelli), Cruel/Kind (a base di arpeggi acustici ed orchestrazioni ampie), Honeymoon (una ninna-nanna di limpida bellezza), Hard Feelings (che abbraccia romantica ma senza svenevoelzze) e The Companion (un valzer gentile) l’approccio alla scrittura è sentito, genuino, artigianale, ma non per questo ingenuo o di scarso valore. Sembra, a tratti, di sentire una versione meno roots-oriented e metafisica dei Fleet Foxes (Futures), che pure alle linee vocali e a certi umori wilsoniani strizzano ripetutamente l’occhio.

Non un disco imprescindibile ma sicuramente un album ben confezionato e sostanzioso, nonostante la linearità delle partiture. La sensazione è che a Olsen manchi solo un po’ di coraggio in più per realizzare qualcosa di davvero degno di nota. Ma questo solo il tempo ce lo dirà.

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