Joe Wright – Hanna

Il cinema d’azione, negli ultimi anni, non ci ha risparmiato figure femminili forti, in grado di tener testa ai colleghi maschi a colpi di kung fu o di artiglieria pesante. Le “novelle Rambo” di chiamano Nikita, Matilda, Lisbeth, donne spesso vittime di ingiustizie, soprusi, violenze che ne condizionano l’esistenza, consacrandola all’omicidio, alla vendetta, alla fuga, alla mera sopravvivenza (nel senso più animalesco del termine) in un mondo irrimediabilmente ostile. A questa galleria di personaggi se ne aggiunge ora uno del tutto singolare. Hanna, la protagonista del nuovo, omonimo film di Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio, Espiazione, Il solista), è una ragazzina di dodici anni, la quale, rimasta orfana di madre in tenera età, vive assieme al padre nelle foreste dell’estremo Nord della Svezia. Il genitore, un ex agente della CIA, l’ha addestrata a diventare una perfetta macchina da guerra: la giovane è in grado di cacciare, scuoiare animali, maneggiare la pistola con l’abilità di una veterana. E uccidere a mani nude esseri umani.

I due fuggono da un passato oscuro, doloroso. L’isolamento è lo scotto da pagare per essere scampati, anni addietro, alle grinfie degli agenti di Langley, guidati dalla perfida Marissa Wiegler. Tuttavia, Hanna è pur sempre un’adolescente: desidera vedere il mondo. E quando quel giorno arriva, il padre l’autorizza a compiere quella missione che preparano da anni. Comincia così un intrigante intreccio di spy-story e thriller, in cui il regista gioca a spiazzare lo spettatore, puntando sulla forza dei contrasti. A cominciare, ovviamente, dalla protagonista. Il corpo all’apparenza fragile dell’eburnea Hanna, il candore della sua pelle, gli occhi azzurri su un volto esile incorniciato da una cascata di capelli biondi: tutto gioca, insomma, a rendere insospettabile la sua reale natura di super-soldato in erba (che si scoprirà, poi, essere il prodotto di un esperimento genetico). Alla sua “anormalità” fisica si ricollega una sensazione di estraneità sociale. L’isolamento in cui ha vissuto per anni la rende incapace di relazionarsi correttamente con il mondo esterno: quando un ragazzo tenta di baciarla, lei, per tutta risposta, quasi fiutasse chissà quale pericolo, l’atterra istintivamente, senza troppi problemi. Non che l’universo in cui si trova ad agire sia propriamente “normale”. A darle la caccia, c’è la spietata Marissa, maniaca dell’igiene dentale e killer di rara freddezza. Due virago, insomma. Con un paio di differenza: Hanna è stata “progettata” per ridurre al minimo la sua capacità di provare sentimenti o pietà; Marissa, invece, ha sepolto coscientemente la propria umanità, trasformandosi in un robot. Hanna non è ancora una donna; Marissa invece lo è, ma in lei non v’è alcuna traccia di femminilità o d’istinto materno. Ha fatto «altre scelte», per questo non ha avuto figli, dice con una nota di rimpianto alla nonna di Hanna prima di freddarla, proprio come aveva fatto con la figlia di costei, ovvero la madre della protagonista, quando aveva deciso di chiudere il programma sperimentale sui feti che ha avuto come unico risultato Hanna. Forse è per questo che è così attratta dalle cassette in cui la giovane raccontava l’esperienza della gravidanza – un modo come un altro per tentare di comprendere un esperienza che le è lontana non solo fisicamente ma anche spiritualmente.

Un mondo rovesciato, insomma, in cui i bambini si comportano da adulti (vedi anche Sophie, una coetanea che Hanna incontra in un campeggio, i cui unici interessi sono diventare una star, rifarsi il seno e il sesso facile) e gli adulti sono crudeli, senza cuore, aridi. Non a caso, il luogo d’incontro prestabilito da Hanna con il padre, la “casa dei fratelli Grimm” (delle cui fiabe la ragazza è appassionata lettrice), è in realtà una catapecchia in un parco tematico abbandonato da tempo, che, da luogo di un immaginario infantile lieto e giocoso (ad accoglierla c’è un buffo amico del padre, una sorta di incrocio tra un clochard e un saltimbanco), si trasforma in luogo di morte, tortura, dolore. A dimostrazione di come un tratto surreale percorra tutta la pellicola ci sono anche gli sgherri che Marissa ha reclutato, capitanati da Isaacs, un mercenario omosessuale e sadico che gestisce una specie di club a luci rosse, protagonista di alcuni siparietti ironici.

Hanna e Marissa non sono propriamente due facce della stessa medaglia. Posto che la prima non ha scelto di essere ciò che è (al contrario della seconda), va anche considerato il desiderio della ragazza di non far più del male a nessuno, espresso proprio sul finale del film. Tuttavia, all’istinto non si può comandare, non si può comandare ai propri geni: pertanto, l’ultima inquadratura è all’insegna della vendetta (Marissa ha ucciso Erik, che Hanna aveva appena scoperto non essere il suo padre biologico). Una chiusura sanguinosa. Esattamente come doveva essere.

Wright, insomma, durante i circa 100 minuti di durata della pellicola imbastisce uno spettacolo intrigante, in cui la telecamera, con le sue evoluzioni, gli stacchi repentini, l’accompagnamento musicale ossessivo (firmato dai Chemical Brothers), e gli ambienti urbani desolati ed ostili, trasmette appieno il senso di smarrimento di Hanna, catapultata suo malgrado in un mondo che non le appartiene e non le apparterrà mai veramente. Il suo destino è quello di essere un’eterna fuggiasca: non potrà mai trovare pace, avere una vita normale. Potrà forse dimenticare chi è (magari come il Tom Stall del cronenberghiano A history of violence), ma sarà solo una pia illusione, pronta a disvelarsi presto o tardi.

Un’opera estremamente interessante, dunque, che rilegge i cliché del cinema di genere in maniera personale, compiendo un‘operazione di ibridazione tutta postmoderna, e che riesce nell’impresa di declinare alcuni temi forse marginali nell’economia dello script ma ugualmente presenti (l’inferno in solitaria dell’adolescenza, il dolore del crescere) evitando superficialità e melensaggini da cinema di serie B. Ma è soprattutto per la figura della protagonista, splendidamente interpretata da Saorise Ronan (già apprezzata in Amabili resti di Peter Jackson e qui in grado di oscurare la pur bravissima Cate Blanchette nei panni della Wiegler) che Hanna merita di essere visto: raramente, negli ultimi anni, è stato portato sullo schermo un personaggio tanto complesso, articolato, disperato, crudele eppure affascinante.

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