The Fiery Furnaces – Gallowsbird’s Bark

Domanda: è possibile, al giorno d’oggi, rivitalizzare il blues-rock? È possibile, dopo i classici (Cream, Led Zeppelin, Yarbirds, Mayall, Rolling Stones, Clapton, Dylan, Waits), gli sperimentatori (Captain Beefheart, Suicide, Royal Trux) ed il revival d’inizio anni Zero (White Stripes, Kills), che lo spirito della musica del Delta o della Chicago degli anni ’30 possa rifiorire, magari in forme “pop” ma non per questo corrive e, anzi, pur sempre imprevedibili? L’impresa ha il sapore della sfida e solo qualcuno con un sufficiente grado d’incoscienza vi si lancerebbe a capofitto. Ed evidentemente, Matthew e Eleanor Friedberger, nel momento in cui decisero di dar vita al progetto The Fiery Furnaces, tanto giusti non lo erano.

Facciamo un passo indietro. È il 2000 quando i due fratelli si trasferiscono dalla nativa Oak Park, Illinois, a Brooklyn, New York. Cresciuti a pane e musica (la nonna era direttrice del coro della chiesa ortodossa greca proprio vicino la casa di famiglia e la madre suonava pianoforte e chitarra), i nostri trascorrono i pomeriggi a jammare con gli amici, gettando le basi per il sound del gruppo a venire. Durante le prime esibizioni ufficiali come opener di gente del calibro di Spoon, Sleater-Kinney e French Kicks, la line-up è tutt’altro che stabile: solo nel 2002, in concomitanza con l’inizio delle registrazioni del primo album, Matthew ed Eleanor decidono di trasformare i The Fiery Furnaces in un duo, aprendosi a collaborazioni con session-man solo per le rifiniture di studio ed i live.

“Gallowsbird’s Bark” esce nel 2003 per conto della Rough Trade. La label aveva avuto modo di saggiare il talento dei nostri non solo grazie alle esibizioni dal vivo, ma anche tramite un demo contenente una manciata di incisioni casalinghe. La scelta di mettere sotto contratto i Friedberger è ripagata dal vastissimo consenso di critica di cui gode LP sin dalla sua uscita, al punto tale che esso si trasforma in una sorta di instant-cult.

Il blues, dicevamo all’inizio. E in effetti, le sedici tracce che compongono la scaletta sono impregnate degli umori della “musica del diavolo”, i cui stilemi, tuttavia, sono riletti alla luce di un approccio decisamente postmoderno, che non disdegna contaminazioni e coloriture bizzarre, cacofonie, disarmonie buffe, ai limiti della parodia. Ne vien fuori una sorta di bignami di stravaganze indie in cui blues, garage-rock, post-punk, folk, country, pop ed elettronica si mescolano con disinvoltura in partiture che spesso non superano i tre minuti. Il paragone con i White Stripes, che emerge sovente nelle recensioni del tempo, è fuorviante: alla fisicità aspra, spigolosa ma in fondo lineare del sound del duo di Detroit, i The Fiery Furnaces contrappongono un una giostra rutilante e surreale, un caleidoscopio sonoro che ha nell’equilibrio tra “volgarità” e purezza il proprio punto di forza.

Pattern minimalisti, synth acidi, chitarre slabbrate e distorte e nenie delicate costituiscono le tessere di quel surreale e nevrotico affresco che è “Gallowsbird’s Bark”, un “Hollywood party” tra i cui invitati figurano, tra gli altri, Stones, Beefheart, Royal Trux, Lou Reed, Zappa. L’opener South Is Only a Home può essere letta come una sorta di manifesto programmatico: la sovrapposizione tra una sei corde sporca (in cui riecheggiano riff e lick di Keith Richards e Sterling Morrison) ed un piano martellante, che si profonde in una cascata di note che percorre la tessitura armonica come una specie di brivido schizofrenico, tratteggiano un’atmosfera circense, in cui sguazza perfettamente a proprio agio la vocalità grintosa ma misurata di Eleanor. Quanto a varietà non scherzano neanche i tre minuti di Leaky Tunnel, che dimostra come, all’interno di uno schema che fa leva su sintetizzatori pulsanti, battiti metronomici, strumming atonali e recitati distaccati, ci sia posto anche per ardori hendrixiani a base di wha-wha. I’m Gonna Run è un boogie vicino allo stile dei White Stripes, Two Fat Feet potrebbe essere uscita dalla penna degli Stones, non fosse per quel ritornello così arioso e “pop”, mentre la trascinante Athsma Attack strizza l’occhio al blues di Chicago. Worry Worry sfodera una cantilena ipnotica, propulsa da un basso oscuro e trafitta da un fraseggio di chitarra epilettico, evocando una sorta di jam session tra Velvet Underground e Don Van Vliet, mentre We Got The Plauge si trascina a fatica, acustica e polverosa. È blues per questioni di cadenze ma l’opposto del blues per via del gelo che la percorre.

Lo spettro delle influenze è estremamente ampio. Up in the North, ad esempio, è una ballad d’ascendeza country, in cui scorrazza libero un synth gracchiante. Inca Rag/Name Game alterna una prima metà all’insegna di numero da musichall degno dei Moldy Peaches ad una seconda che reca il marchio inconfondibile del rock reediano, mentre Tropical Ice Land è un arioso motivo folk inframmezzato da un arpeggio epilettico. E se il valzer di Rub-Alchol Blues rimanda ai Dresden Dolls (pur trattandosi, in realtà, di una cover di un brano scritto da William E. Myer per il banjoista Dock Boggs), la marcetta funky di Gale Blow fa pensare ai Talking Heads. Le cadenze marziali di Crystal Clear, le sfumature r’n’b di Don’t Dance Her Now, il minimalismo esasperato di Bow Wow (tanto lieve e lineare nella prima parte quanto sinistramente cacofonica sul finale) e la scarna Bright Blue Tie completano il quadro, chiudendo il sipario sull’opera di questi due giullari postmoderni.

In seguito, i brother realizzeranno almeno altri tre dischi di assoluto valore (“Blueberry Boat” nel 2004, “Rehearsing My Choir” nel 2005 e “Bitter Tea” l’anno dopo), prima di smarrire un po’ la verve (“Window City”, 2007) e perdersi nell’autoindulgenza (“I’m Going Away”, 2009), complici l’appannamento dell’ispirazione di Mattew (sin dall’inizio, la vera mente creativa del duo), testimoniato anche da una serie di scialbi album solisti, e il maggior spazio ritagliatosi da Eleanor, penna decisamente più lineare rispetto al fratello. “Gallowsbird’s Bark” rimane probabilmente il capolavoro dei The Fiery Furnaces, un LP di una creatività straripante, mix perfetto (e forse ormai irripetibile) di raffinatezza compositiva e immediatezza, di complessità “architettonica” e godibilità melodica dall’indubbio appeal.

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