Ci sono alcuni album che hanno la capacità di trasportarti indietro nel tempo, di catapultarti in epoche musicali lontane, nelle quali magari neppure eri nato ma che “conosci” perché hai passato ore ed ore a studiare i classici, venerando i Maestri. L’ascolto di “Badlands”, quarto album di Alex Zhang Hungtai, produce esattamente questo effetto.
Quando s’inserisce il CD nell’apposito lettore e parte Speedway King, i contorni della stanza si fanno via via più vaghi, indistinti. Il cielo, magari dapprima soleggiato, si rannuvola, carico di oscuri presagi, e le lancette dell’orologio cominciano a scorrere vorticosamente all’indietro, fino a che non hai l’impressione di trovarti nella New York del 1977. Sin dalle prime note dell’opener, infatti, non si può non pensare ai Suicide e ai loro raggelati affreschi d’inferni suburbani. I loop ritmici industriali, l’incedere estenuato, il suono sporco, sgranato, le vocals ridotte a guaiti stralunati – tutto, insomma, riconduce alla lezione di Alan Vega e Martin Rev e al loro primo, omonimo album. L’effetto, però, è di breve durata e neppure tanto intenso. L’incantesimo, insomma, si spezza subito. Ed il motivo è semplice: son passati ben 34 anni da quel capolavoro, ed aspettarsi qualcosa di più non è solo logico, ma legittimo. Evidentemente a Hungtai, alias Dirty Beaches, non deve importare molto. Il musicista originario di Taipei (e in seguito emigrato a Montreal) è un amante di certe claustrofobiche atmosfere metropolitane, intrise di decadenza e spleen vampiresco e oppresse da un senso imminente di morte: come tale, ha confezionato un album (il quarto della sua produzione) che ha nel duo newyorkese una delle sue principali fonti d’ispirazione. Non l’unica, a onor del vero.
Nei rockabilly spiritati di Horses e nella surf-music psicotica di Sweet 17, ad esempio, s’avverte anche l’eco dei Cramps. A Hundred Highways, invece, è un garage-pop anni ‘60 infarcito di devastazioni noisy, mentre True Blue e Lord Knows Best sfoderano due melodie anni ’50 e vocalità da crooner consumato; ad ascoltarle, vien da pensare che sarebbero perfette nella soundtrack di un film di David Lynch. Del resto, le conclusive Black Nilon e Hotel, col la loro trama sfilacciata, a base di beat spossati, crepitii e synth sinistri, non rimandano forse a quell’immaginario del perturbante, a quella saga dell’inconscio martoriato dell’America di provincia che il “visionario del Montana” ha messo in scena nei vari Twin Peaks, Strade Perdute e Mullholland Drive, complice il sagace commento sonoro di Angelo Badalamenti?
Il punto debole dell’operazione di Hungtai è piuttosto evidente: essa suona prevedibile, scontata. In fondo, l’evocatività delle partiture è ottenuta attraverso una serie di trucchetti (drum machine, loop, manipolazioni sonore, produzione lo-fi), giochini di prestigio che chiunque, con un minimo di esercizio, è in grado di eseguire. Non c’è reale forza nella scrittura di Dirty Beaches, non c’è sostanza. Solo manierismo. A tratti affascinante, persino coinvolgente. Indie. Ma pur sempre manierismo.
