Eleanor Friedberger – Last summer

Ad ascoltare Last summer, esordio solista di Eleanor Friedberger, si capiscono un po’ di cose. Si capisce, innanzitutto, da dove derivi il sound degli ultimi Fiery Furnaces (quelli, per intenderci, di I’m going away), decisamente “normalizzato” rispetto allo sfavillante esordio di Gallowsbird’s bark e ai successivi Blueberry boat, Rehearsing My choir e “Bitter Tea, nei quali il timone creativo era saldamente nelle mani del fratello di Eleanor, Matthew. E si capisce anche come sia piuttosto sottile il confine tra sperimentazione ed eccentricità autoindulgente. Last summer inanella infatti una manciata di ballate in fondo convenzionali ma decorate con gli orpelli giusti, e dunque sufficientemente furbe da accattivarsi le simpatie degli irriducibili dell’indie.

Il momento migliore della scaletta è rappresentato dall’opener, My mistakes, un pop sbarazzino dal ritornello irresistibile, nobilitato dalle solite vocals grintose ma controllate della Friedberger. Il resto, seppur non completamente disprezzabile, galleggia nell’anonimato. Inn of the seventh ray, intessuta con battiti metronomici, pianoforti minimalisti, chitarre distorte, riverberi e synth fluttuanti, è un intrigante saggio di arrangiamento creativo, ma nient’altro. Le pulsazioni funky di Roosvelt island e lo scherzo quasi-wave di I won’t fall apart on you tonight (l’attacco fa pensare agli Arcade Fire di Suburbs riletti in chiave più “catchy”) aggiungono qualche altro elemento d’interesse, ma il fumo è di gran lunga superiore all’arrosto. Meglio, a questo punto, Owl’s head park, che coniuga una melodia malinconica, dall’incedere sinuoso, con un arrangiamento lussureggiante, a base di avvolgenti orchestrazioni e sax.

In Glitter gold year, un battito elettronico sorregge una nenia delicata, appena decorata dalle chitarre; Scenes from bensonhurst e One-month marathon, in nome di una comune matrice folk, si fanno ancor più umili. Il motivo solare di Heaven, lieve, a tratti quasi etereo, e Early heartquake, una filastrocca con tanto di handclapping e innesti d’armonica, completano il quadretto, confermandoci tutta la distanza del songwriting solista della Friedberger dalle spigolose eccentricità garage-blues del periodo d’oro dei Fiery Furnaces. Last summer è un lavoro ben confezionato ma privo della scintilla in grado di renderlo veramente interessante e di elevarlo al di sopra della media delle produzioni di genere.

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