The Horrors – Skying

Tra le formazioni che hanno rinverdito il filone della cosiddetta “nu-new wave” dopo gli esordi di Strokes, Interpol e Franz Ferdinand, ai The Horrors spetta un posto del tutto particolare. Nel corso di tre album, infatti, la formazione di Faris Badwan ha cambiato pelle altrettante volte, passando dalla truculenta ed ipercinetica miscela di dark-punk, shoegaze e voodobilly di “Strange House” (2007) agli umori più depressi e strutturalmente più articolati di “Primary Colours” (2009), per approdare, infine, con questo “Skying”, ad un sound decisamente più composto, arioso, quasi estatico. La progressione cominciata con il lavoro precedente qui trova il suo naturale sbocco: messe in un angolo le chitarre, conquistano la ribalta battiti ipnotici stile “Madchester“, orchestrazioni sintetiche ed un crooning composto, romantico – il tutto incorniciato da intro ed outro strumentali più o meno elaborate.

Per avere un’idea di come suonino oggi gli inglesi, possiamo fare i nomi di The Cure, My Bloody Valentine, Echo & The Bunnymen, Julian Cope, Cocteau Twins, Slowdive e Simple Minds. Insomma, al vortice glaciale di sei corde distorte ed organetti isterici che costituiva il tessuto armonico del debutto e alla magmatica decadenza del suo successore s’è sostituito un impasto decisamente più atmosferico, carico di umori Eighties. Il risultato rimane comunque notevole. Perché Badwan e soci posseggono intelligenza e talento melodico a sufficienza per poter giocare con il passato senza cadere nella trappola del revivalismo più scontato. Del resto, non era stato forse così con le precedenti prove? Persino “Strange House”, da alcuni percepito come acerbo, rivelava, pur nella riproposizione di certi stilemi post-’77, una vis espressiva ed una freschezza capaci di colpirti come un pugno in pieno viso. E questo proprio grazie alla capacità del quintetto di non lasciarsi fagocitare dal passato, di non farsi catturare dall’effetto-nostalgia.

La musica, insomma, è cambiata. E l’opener, Changing the Rain, con il suo incedere mesmerizzante, il cantato (insolitamente, per Faris) sotto le righe, le chitarre sporche e le sinuose trame sintetiche, che precipitano in un vortice psych, fissa il canovaccio lungo il quale si muoverà tutta la scaletta. Badwan si sta ritagliando un ruolo di cantore languido: You Said, rilassata ed impreziosita da meravigliose aperture di tastieristiche in corrispondenza del refrain, evidenzia un approccio maggiormente pop alla composizione. L’enfasi non manca: si ascolti, ad esempio, I Can See Thorugh You, marchiata da un battito secco e minimalista in perfetto stile Neu!. In Endless Blue, ad un’introduzione a base di picking post-rock, fiati e sbuffi di tastiere, segue un’improvvisa accelerazione all’insegna di riff graffianti, cosa che, tuttavia, non toglie nulla all’umore dimesso del pezzo. Fossimo stati ai tempi del loro debut, avremmo ascoltato un impasto martellante di sei corde iperfuzzose e Farfisa nevrotici. Ma quei tempi, come abbiamo detto, sono irrimediabilmente passati. Dive In, ad esempio, offre una rilettura del sound di Happy Mondays e Stone Roses. Del resto, i nostri c’avevano avvisato: il primo singolo, Still Life, con quel giro di tastiera marcatamente anni ’80, aveva lasciato presagire l’ulteriore svolta.

Wild Eyed è un intreccio di bassi pulsanti, keyboard minimaliste, canto spossato, chitarre filtrate e fiati, che conferma l’impressione, accreditata sin dall’inizio del disco, di un viaggio nella terra di mezzo tra sogno e veglia. La scossa la danno, sul finale di Moving Further Away, le solite sei corde grezze – non prima, però, che i quattro ci abbiano ipnotizzato con il tipico repertorio di minimalismi ritmici ed elettronici. In Monica Gems, tra le varie manipolazioni sonore, è possibile scorgere una melodia brit di stampo 60s, con tanto di coretti. I 7′ 50” di Oceans Burning ci immergono in una tenera nenia post, deturpata da un intermezzo a base di rumorismi ed arricchita da un cambio di tempo, consegnandoci quella che è forse la vetta dell’album.

“Skying”, insomma, non è l’LP di una band normalizzata, ricondotta, dopo le sbornie dei primi due full-lenght, a più miti consigli (per gli acquisti), ma il lavoro di una formazione matura, consapevole dei propri mezzi, che ha inteso sperimentare, ricercare ancora una volta strade nuove. La sensazione è che questo potrebbe essere il disco della “classicità” e che i successivi lavori difficilmente si discosteranno da tale formula. Ma con i The Horrors non si può mai dire…

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