Austra – Feel It Break

Buio, oscurità, gelo. Eppure, il sangue scorre ancora nelle vene, il cuore pulsa indomito, i muscoli rispondono alla volontà. Un fremito sensuale percorre la schiena, nonostante gli occhi non scorgano alcuna luce. La voce è limpida, cristallina, ma tutt’altro che lieta. L’ansia è controllata, rattenuta, ibernata, così come la disperazione, che non cede mai alla passionalità vera perché ha esaurito ogni afflato.

Gli Austra sembrano aver fatto proprio il motto del bergmaniano Peter Egerman: «Tutte le strade sono chiuse». Tuttavia, nonostante l’atmosfera sia quella di un incubo, la loro musica ha una consistenza fisica, una concretezza palpabile, tangibile. Si veleggia sull’orlo del baratro, ma lo si fa a passo di danza, insomma. Non è un esorcismo, tuttavia: qui, da esorcizzare c’è rimasto ben poco. Le movenze sono meccaniche, riflessi condizionati di un’umanità che sembra aver esaurito ogni spinta propulsiva. Solo la voce tradisce un pizzico d’umanità, ma è un riflesso lontano. Qualcosa, al fondo sopravvive, ma è questione di tempo e sarà inghiottita anch’essa.

Architetture minimali, giocate sull’intarsio di synth, tastiere e drum machine, pattern minimalisti guidati da beat pronunciati, influenze classiche. “Feel It Break” si presenta così, come una coraggiosa commistione di sonorità che vanno dall’opera alla dark-wave, riletta con sensibilità postmoderna. Ed è impressionante il grado di perfezione formale raggiunto dai canadesi Katia Stelmanis, Maya Postepski e Dorian Wolf. Il loro debut si svolge all’insegna di un sound compatto, coeso, ed evidenzia una scrittura che non conosce quasi mai cedimenti, forte di una notevole carica evocativa. Il debito nei confronti degli anni ’80 è più che evidente, ma il rischio-imitazione (o peggio: caricatura) è sapientemente evitato, grazie ad un approccio che rilegge l’eredità di gruppi come New Order e Depeche Mode (sempre loro) alla luce delle trame suadenti di Bat For Lashes e della gelida essenzialità di Knife e Fever Ray (il moniker dietro cui si nasconde la vocalist del duo svedese, Karin Dreijer Andersson).

Darken Her Horse parte come in trance (l’attacco fa pensare ad una nenia à la Nico), sfoderando una vena misticheggiante e solenne per poi trasformarsi in un ballabile angosciato. Lose It mette in mostra le doti della Stelmanis, singer dal registro argentino, capace di indulgere in gorgheggi celestiali che si sposano alla perfezione con un electro-pop scarno ed essenziale. Tastiere ossessive, che blaterano fraseggi classicheggianti come fossero in preda ad un incantesimo mesmerizzante, battiti disco e melodia solenne, intonata con algido distacco, sono gli ingredienti di The Future. È il preludio al capolavoro, Beat and the Pulse, un torbido ed ipnotico impasto di pulsazioni industriali, synth minimalisti e cantato alienate. Spellwork punta su un’atmosfera magica, ma l’incantesimo è tutt’altro che caldo ed avvolgente: l’elettronica è fredda, il battito schiacciato e meccanico, l’umore decisamente dark. È il secondo masterpiece dell’album, un pezzo in grado di spostare indietro le lancette dell’orologio senza scadere nel revivalismo, grazie ad una tensione che striscia inarrestabile sottopelle.

The Choke è forse la più patetica del lotto, con quelle cadenze tribali su cui s’inerpica una melodia disperata, mentre Hate Crime, con il suo lindore asettico e l’incedere robotico (che ammiccano al post-punk), è la track più nervosa – nel modo, ovviamente, in cui possono essere “nervosi” gli Austra. The Villain, forte di un refrain irresistibile, è un altro memorabile esempio di melodismo depresso, mentre Shoot The Water mette in scena, sorprendentemente, un saltellante numero di cabaret condito da vocalizzi d’usignolo, neanche ci fosse al piano Amanda Palmer. Meglio The Noise, che, ossuta ed imperscrutabile, ci riporta sui territori di un electro-pop minimalista ed inquieto, arricchito, nel finale, da un drumming da pellerossa. The Beast, dal canto suo, chiude il disco all’insegna di un’austera ballata di stampo classico.

“Feel It Break”, insomma, mette in scena in modo assai convincente il viaggio di un’anima tormentata, una sorta di calvario sintetico, in cui s’affidano alla voce – il solo elemento umano – speranze e desideri di redenzione, mentre sullo sfondo l’Abisso osserva muto…

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie