Ben Harper – Give ‘till it’s gone

La morbidezza del soul Motown, l’intensità del gospel, la malinconia del folk, le visioni acide della psichedelia anni ’60 e la visceralità dell’hard-rock virato blues: la musica di Ben Harper è un concentrato di umori diversi, eppure perfettamente amalgamati da un musicista che ormai ha acquisito la statura di classico. Registrato da solo, ovvero senza il supporto degli Innocent Criminals (la sua storica band) e dei Rentless7 (che avevano reso grande il precedente While lies for dark times), Give ‘till it’s gone è un fedele racconto degli ultimi due anni di vita del musicista californiano, segnati inevitabilmente dalla separazione dall’attrice Laura Dern, musa di David Lynch. E così il full-lenght alterna sapientemente passaggi grintosi a momenti più pensosi, sintetizzando alla perfezione le istanze musicali dell’ultimo Harper (si pensi, oltre a White lies…, a Lifeline, del 2007).

Da un lato, quindi, la grinta di Clearly severly, che ammicca ai Pearl Jam, Dirty little lover, tra White Stripes e Lenny Kravitz, la preghiera lacerante di Do it for you, do it for us e gli accenti dichiaratamente neilyoungiani di Rock’n’roll is free. Dall’altro, la leggerezza psych-pop di Spilling faih e Get there from here (composte e suonate assieme a Ringo Starr), la West-Coast di Pray that our love sees the dawn (ospite Jackson Browne), il lento avvolgente di Feel love e il mid-tempo à la Tom Petty di Don’t give up on me now. La separazione rigida è un fatto puramente concettuale, di comodo: in realtà, i rimandi e gli intrecci stilistici sono la norma, come dimostrano, ad esempio, I will be not broken, il cui incedere folk è squassato da un’esplosione hendrixiana, o il soul-rock vecchia scuola di Waiting on a sign.

Certo, novità non ce ne sono, e questo è un po’ il limite del disco, ma la qualità della scrittura (e dell’interpretazione) è talmente tanto elevata che, per una volta, ci si può accontentare. Lungi dal tirare il fiato, malinconico ma non rassegnato e ancora orgoglioso, Harper non raggiunge i suoi picchi, né passati (Welcome to the cruel world, del 1994, e Fight for your mind, del 1995) né recenti (i succitati While lies for dark times e Lifeline), ma regala comunque una bella prova di lucidità, ennesimo capitolo di una produzione che non sembra intenzionata a conoscere cedimenti.

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