Art Brut – Brilliant! Tragic!

Due anni fa avevamo lasciato Eddie Argos (voce), Chris Chinchilla (chitarra), Ian Catskilkin (chitarra), Frederica Feedback (basso) e Mikey Breyer (batteria) alle prese con un nemico temibilissimo: il Principe delle Tenebre. “Art Brut vs Satan”: così si chiamava, infatti, il precedente capitolo della saga discografica del quintetto anglo-tedesco. Prodotto daFrank Black, l’album sciorinava una manciata di anthem contesi tra indie e punk, grezzi e sguaiati nella forma eppure, sul piano del contenuto, sempre ben attenti alla melodia, magari non rivoluzionari, ma dall’indubbio appeal. Il CD portava a maturazione il sound della band, che sin dagli esordi (“Bang Bang Rock & Roll”, 2005) si proponeva di aggiornare la lezione diSex Pistols, Pixies, Replacements e Fall all’era post-Libertines (The Hives, Franz Ferdinand).

“Brilliant! Tragic!” si colloca lungo la stessa scia. Rispetto al predecessore, mantiene intatta l’attitudine stradaiola, esagitata e, al tempo stesso, una discreta dose di eclettismo e la ricerca, in qualche passaggio, di una maggior complessità strutturale. La differenza sta forse nel mood, meno caciarone ed un filo più cupo – ma si tratta comunque di poca cosa: i fan della band ci sguazzeranno appieno in questo mare di chitarre taglienti, bassi galoppanti, batterie secche e nervose, il tutto condito da un cantato che oscilla tra il recitato vagamente sinistro e l’urlo esagitato. A ben vedere, qui di quell'”art brut” (“arte grezza”) teorizzata da Jean Dubuffet con riferimento alle produzioni artistiche realizzate da coloro che operano al di fuori delle convenzioni estetiche (dagli autodidatti ai malati di mente) c’è davvero poco: tutto, al contrario, è ben studiato. La follia è addomesticata e corretta da uno spirito genuinamente adolescenziale, schermato, a sua volta, da un piglio da intellettuali borderline. Un’operazione furbetta, insomma. Poco male, però, se i nostri sono in grado di regalarci brani come quelli che compongono la tracklist di questo full-lenght. Clever Clever Jazz apre le danze, sfoderando un indie-punk che gioca con intrecci di sei corde, pulsazioni oscure e cantato/recitato, creando un atmosfera sottilmente minacciosa. Lost Weekend (uno dei capolavori del disco) fa leva, dal canto suo, su cadenze stentoree ed un bel solo finale arioso, con la melodia che incorpora una citazione di Satisfaction dei Rolling Stones. Bad Comedian è invece una ballata à la Pixies (del resto, c’è di nuovo Black a dirigere i lavori), rabbiosa, tesa, che s’incupisce nel ritornello e chiude con strascichi psych-noise, con le chitarre distorte e riverberate assecondate da bassi martellanti, mentre The Dog is Eared si distingue per un bel basso funky, uno strumming ruvido e le urla alienate del singer. Martin Kemp e Axel Rose rappresentano altrettanti bei saggi di post-punk, con la prima più frizzante e la seconda più cupa e bruciante. I Am the Psychic (la più spinta del lotto) rivela più di altre il debito della band con Johnny Rotten & co. La successiva Ice Hockey parte acustica e teatralmente depressa per poi ispessirsi con l’ingresso delle sei corde elettriche, andando a strizzare l’occhio (anche grazie al registro del cantante) ai Talking Heads di “77”, prima di lanciarsi in un crescendo finale all’insegna di un fraseggio minimalista di chitarre e backing vocals minacciose.

Gli unici due momenti in fondo prescindibili (Sexy, esplicitamente ispirata ai Franz Ferdinand, e il tenero e un po’ straniante motivetto di Sealand) non tolgono valore ad un lavoro più che riuscito. La sensazione, tuttavia, è che gli Art Brut, se volessero, potrebbero sfornare un grande album. Finora, pur mantenendosi sempre su standard medio-alti, non ci sono riusciti, ma non c’è ragione di disperare. Nell’attesa della consacrazione definitiva, che potrebbe arrivare da un momento all’altro, godiamoci il sano, intelligente divertimento dispensato a piene mani da “Brilliant! Tragic!”.

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