The Antlers – Burst Apart

La brillante penna di Peter Silberman torna a colpire ancora. A distanza di due anni dall’acclamato “Hospice”, sorta di “concept-album dell’anima”, che scandagliava con precisione chirurgica il dolore di un amore finito male (sublimandolo nella rappresentazione del rapporto tra una malata terminale ed un infermiere di una casa di cura), il singer/songwriter (impegnato anche alla chitarra, all’armonica, all’arpa, alla fisarmonica e alle tastiere), coadiuvato dai fidi Darby Cicci (tastiere, tromba e banjo) e Michael Lerner (batteria, percussioni), ritorna sulle scene con un disco più pop del precedente, ma non per questo meno articolato ed intelligente.

Nessuna frattura netta rispetto al passato: “Burst Apart” si limita a contaminare il post-rock del predecessore (frutto dell’incontro tra le estasi dei Sigur Rós, delle pièce da camera dei Godspeed You! Black Emperor e forse anche degli slanci ipertrofici dei Mogwai) con le carezze sintetiche dei The Blue Nile e di certa scena indie britannica (Radiohead, Coldplay). Del resto, anche “Hospice”, a discapito della sua asprezza, trasudava un melodismo romantico, disperato. La differenza è che stavolta Silbermann ha deciso di declinare i propri struggimenti in forme meno aggressive: al senso di catastrofe opprimente che aleggiava sulle partiture dell’LP del 2009 si sostituisce qui un malinconico languore, che solo in qualche episodio cede il passo ad una maggior veemenza.

A incantare, sono soprattutto i momenti più lenti. Le morbidezze soul di I Don’t Want Love (battito sintetico, qualche pennellata di tastiere, falsetto spinto ed una chitarra leggera) non possono non far pensare a Paul Buchanan e alle sue dimesse confessioni. French Exit s’esalta con splendide aperture sintetiche in corrispondenza del ritornello (da incorniciare), mentre Rolled Togheter ci immerge in un vortice ipnotico/minimalista di grande impatto. La strumentale Tiptoe, dal canto suo, sfodera una litania depressa condita da fiati jazzy e introduce i capolavori dell’album: Hounds, ballad ambientale sospinta da un lieve arpeggio folk di sei corde, in perfetto stile The Blue Nile (si senta la tromba sul finale: non fa pensare forse ad “Hats”?), la struggente Corsicana (altra invocazione per piano, falsetto e manipolazioni elettroniche, nello stile della band scozzese) ed il sublime ¾ di Putting the Dog to Sleep.

Accanto a queste composizioni, in cui la tavolozza adoperata tende a colori tenui, quasi Silbermann volesse dipingere le albe che seguono una notte dolorosa, si collocano un paio di momenti più aggressivi come Parentheses, che fa leva su un beat pesante, linee di basso oscure e sinuose, chitarre post-punk ed elettronica aliena, e Every Night My Teeth Are Falling Out, un folk-rock nevrotico che sul finale esplode in un crescendo ancor più ossessivo. Convincente anche No Windows, che recupera sonorità trip-hop senza tuttavia snaturare o spersonalizzare il songwriting di Silbermann.

“Burst Apart”, con la sua sapiente miscela di elettronica e trame elettro-acustiche, con il suo languore mai autoindulgente e la sua vena “pop” che non scade mai nella corrività, s’impone dunque come una delle uscite più felice di questo 2011, un’autentica manna dal cielo per quegli spiriti solitari affamati di melodie eleganti ed avvolgenti.

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