Si può essere uomini della contemporaneità, figli del proprio tempo e, al tempo stesso, muoversi in una dimensione artistica tutta propria, iperuranica, ontologicamente staccata da tutto il resto? E si può fare musica (dunque produrre suoni con strumenti fatti di legno, nylon, plastica, pelle, acciaio e quant’altro), produrre suoni, flussi armonici di onde sonore, risultando, al tempo stesso, inafferrabili, sfuggenti, oltre dalle leggi della fisica, della materia, regalando all’ascoltatore un’esperienza sinestetica partendo, per altro, da pochi, sparuti elementi? L’arte dei Low, come quella dei grandi, è qualcosa che più che con la musica o la poesia ha a che fare col misticismo. Lambisce l’Assoluto, pur essendo molto terrena. “Roots”, addirittura. Perché la scrittura di Alan Sparhawk e soci, in fondo, ha sempre piantato le sue robuste radici nelle terre polverose d’America. Il punto, però, è che se nei capolavori del passato (almeno tre: “I Could Live in Hope”, “Long Division” e “Trust”) tale background emergeva in modo più o meno evidente, in “C’mon” è dichiarato espressamente, a chiare lettere.
Ma questa materia così rustica, che porta con sé il fascino senza tempo di vallate e praterie sconfinate, che ad annusarla sa di terra, viene sublimata dal trio (oltre al frontman ci sono la moglie, Mimi Parker, e Steve Garrington) in visioni trascendentali, cariche di una malinconia disperata che si tinge, a modo suo, di aneliti metafisici. Lontano dal chiuso e scontroso intimismo di “Drums and Guns”, che arricchiva lo slowcore di cui i Low sono riconosciuti maestri con beat ed effetti sintetici, portando l’elemento percussivo in primo piano e mettendo da parte le chitarre, “C’mon” recupera la morbidezza delle sei corde, elettriche ed acustiche, del banjo, degli archi, del piano, muovendosi nel solco di un alt-country/folk sognante, estatico, che non disdegna passaggi più aspri o cupi – proprio in nome di quella dicotomia terreno/celeste che da sempre anima la musica dei tre di Duluth, Minnesota.
Qualcosa è cambiato, eppure tutto è rimasto uguale. Sparhawk, come tutti i grandi, rifugge mode e trend fasulli. Coltiva i suoi germogli con la passione e la meticolosità di un giardiniere d’altri tempi, badando che la luce non sia troppa né troppo poca, che l’acqua sia abbondante ma non eccessiva, che il vento spiri deciso ma mai irruento. L’opener Try to Sleep, pur flirtando amabilmente col pop, è Low-sound (in tutti i sensi) allo stato puro, ma senza risultare stancamente autocitazionista. Una delle ragioni per cui “C’mon” è da annoverarsi tra i lavori migliori del gruppo è che le dieci tracce che lo compongono suonano incredibilmente fresche, e pazienza se non è più tempo di rivoluzioni. You See Everything è un valzer delicato, Done un piccolo incanto corale che non stonerebbe in bocca ad Iron & Wine, Especially Me un ¾ oscuro, a modo suo imponente nonostante la trama in fondo scarna, basata su una serie di iterazioni che costituiscono il marchio di fabbrica della band, e Nightingale una ballata soave, preghiera notturna di straziante bellezza. La disperata richiesta d’amore di $20 (non immemore di certe cose di Micah P. Hinson) ed il crescendo di Majesty/Magic segnano il punto di massima rarefazione dell’album, con la melodia sussurrata dai due coniugi (perfetti i loro impasti vocali) su un tappeto costituito da pochi accordi di chitarra e dal battito delle percussioni. Nothing but Heart, nonostante una partenza bruciante e distorta, è un motivo country contraddistinto da un andamento ossessivamente minimalista, che trova la sua catarsi dopo una lunga (oltre otto minuti) salita per i sentieri di un quasi-gospel elettrico. C’è posto, nel mezzo, anche per la più ruvida Witches, che segna il punto di incontro tra le acidità depresse di Neil Young e le solitudini esistenziali di Chris Isaak, e il delicato folk acustico (con tanto di coretti) di Something’s Turning Over, che chiude il disco così come era cominciato, all’insegna di un mood se non solare, quantomeno lieto.
Nel corso di diciassette anni di attività (“I Could Live in Hope” risale al 1994, ormai), i Low hanno portato avanti una rivoluzione silenziosa, imponendosi come uno degli act fondamentali della scena post. “C’mon”, nona fatica di studio, forse non avrà l’originalità o la forza dirompente dei loro classici, ma è comunque un signor album, di quelli che se non fanno la storia, almeno riconciliano col mondo. Il che non è affare da poco, in effetti.
