Patrick Wolf – Lupercalia

Prima o poi doveva arrivare. Il momento del fatidico “passo falso”, intendiamo. Patrick Wolf sinora era stato bravo, aveva inanellato una serie di album uno migliore dell’altro, conquistandosi i favori della critica di mezzo mondo. Un apprezzamento che risale ai tempi del debut “Lycantrophy” (2004) e che s’era trasformato per molti in adorazione vera e propria dopo la release di “The Bachelor” (2009), probabilmente il suo capolavoro. Le sue ballate romantiche, in grado di coniugare arpeggi folk, ampie orchestrazioni classicheggianti, beat danzerecci, esplosioni industriali e impreziosite da un crooning languido, ne hanno da sempre fatto l’erede “versione 2.0” di quel cantautorato romantico che affonda le sue radici nell’opera di ScottWalker, David Bowie, Mark Almond, Morrissey.

“Lupercalia”, quinta prova del musicista londinese, ha avuto una genesi piuttosto travagliata, complici cambi di titolo (originariamente doveva chiamarsi “The Conqueror”), di casa discografica, svariati annunci di pubblicazione e singoli di lancio poi smentiti e via discorrendo. Concepito come la continuazione del discorso intrapreso con il suo predecessore, il nuovo full-lenght ne rinnega completamente lo spirito, prediligendo la via di un pop sontuoso e magniloquente che rinuncia alla varietà stilistica, sin qui una delle cifre caratteristiche della produzione di Mr. Patrick Denis Apps (vero nome di Wolf), in favore di un approccio piuttosto monocromatico che mostra ben presto la corda, trasformando il pathos oscuro delle prove precedenti in un sentimentalismo pomposo, stantio.

The City, House, William e Time of My Love indulgono tutte negli stessi peccati, abbeverandosi alla fonte di un’enfasi ottusa, ammantandosi di arrangiamenti lussureggianti (tastiere, sintetizzatori, archi, sassofoni, chitarre, drum machine, batterie) e intestardendosi in crescendo che hanno l’unico scopo di nascondere un pauroso vuoto d’idee. Che Patrick sia stanco lo dimostra anche l’esercizio per orchestra e beat danzerecci di The Falcons, che in altri tempi (“The Magic Position”) avrebbe avuto ben altro slancio propulsivo. The Future ci prova a risollevare le sorti dell’album, e quasi ci riesce: peccato, però, che il nostro ad un tratto rovini tutto, trasfigurando una preziosa e delicata melodia in un epica grossolana e facilotta. La pianistica Armistice fa un po’ meglio, recuperando un piglio melodrammatico degno delle cose migliori di “The Bachelor”: tuttavia, la sensazione d’autoindulgenza è sempre dietro l’angolo. Solo il valzer di The Days riesce laddove tutte le altre falliscono, regalando quasi cinque minuti di grazia immacolata e disarmante sincerità, e ricordandoci di cosa sia capace Apps quando è in vena. Subito dietro c’è Slow Motion, altro lento di gran classe, capace anch’esso di far centro, sebbene in modo forse un po’ più prevedibile.

Wolf, insomma, con “Lupercalia” ha cercato d’architettare il contraltare “luminoso” del suo notturno predecessore, ma ha fallito. La scrittura è fiacca, la costruzione dei pezzi non concede spazio all’estro del passato e l’album, conseguentemente, affonda in un mare di cliché senili, degni di un musicista sul viale del tramonto, non certo di un giovane che dovrebbe essere nel pieno del suo vigore artistico. Ad ogni modo, non siamo preoccupati: Patrick ha tutte le carte in regola per risalire la china, a patto che al suo enorme talento s’accosti di nuovo quella voglia di sperimentare che sinora ne aveva fatto la fortuna e che qui, semplicemente, è mancata.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie