Corsi e ricorsi storici. Una vulgata di band (giovanissime) che riprende in mano shoegaze e twee-pop e, contaminandoli abilmente con sonorità indie contemporanee, ridà linfa vitale a generi che fino a qualche anno fa godevano di scarso appeal. Segno di come, evidentemente, anche la musica rock sia una sorta di ruota che gira: così, dopo il ripescaggio di garage-rock,new-wave, electro-pop “new romantic” e chi più ne ha più ne metta, ora tocca confrontarsi con svariati discepoli di My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain, Josef K., Smiths e via discorrendo. Gli apripista sono stati Crystal Stilts e The Pains of Being Pure at Heart, due band che, sin dagli esordi, hanno tracciato una direzione che in molti, in seguito, hanno approfondito. Tra questi, come non annoverare anche Cathal Cully, Neil Brogan e Claire Miskimmin, ovvero iGirls Names?
Nativi di Belfast, i tre, giunti con “Dead to Me” al debutto discografico, hanno confezionato una manciata di nenie in bilico tra un melodismo delicato, dal sapore retrò, distorsioni chitarristiche, spunti surf ed una vena dark che di tanto in tanto fa capolino. Per quanto aggraziate, tuttavia, le tracce non riescono ad incidere veramente, ad artigliare anima e cervello dell’ascoltatore, limitandosi a qualche graffio di superfice. E questo perché il copione, per quanto ben orchestrato e sagacemente strutturato, è il solito.
Nell’opener, Lawrence, convivono rumorismi, ritmiche secche, ruvidezze garage e progressioni brillanti, con il cantato che non può non rimandare alla memoria Morrissey. Una vena nostalgica percorre I Could Die, che suona come i Libertines che rileggono “Moz” e il suo compagno d’avventure, Johnny Marr, di cui si emula il picking frenetico. Il canovaccio non cambia in When You Cry e No More Words, sbarazzine e grezze quel tanto che basta per creare, intorno alla band, un piccolo culto. Più intriganti le dissonanze di No More Words, condita dal solito crooning lamentoso, che si trasforma in salmodia in I Lose, più grintosa e veemente. Ma è Cut Up il pezzo forse più interessante della raccolta, giocato su un chitarrismo ossessivo (rigorosamente riverberato) e noisy, vocals oscure e una batteria scattante: qui i Girls Names finalmente riescono a colpire nel segno. Bury Me, Kiss Goodbye e Séance On a Wet Afternoon, nonostante un discreto fascino derivato dal solito impasto ipnotico di melodia e distorsione, non aggiungono poi molto all’album.
Insomma, “Dead to Me” è un campionario di furbate, una sintesi perfetta di “gentilezza”, tenera malinconia ed umori che, tuttavia, manca di reale spessore. Il trio, insomma, s’è limitato al “compitino”, per così dire, portando a casa una discreta sufficienza. Facile che i Girls Names diventino un fenomeno di culto; difficile che possano, continuando così, guadagnarsi uno spazio rilevante nella storia del rock.
