I Blessed Child Opera festeggiano i dieci anni di attività. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con il titolare del progetto, Paolo Messere, ripercorrendo gli episodi più significativi di una carriera culminata, recentemente, nella release del bellissimo “Fifth”.
Messere, l’avventura del Blessed Child Opera è cominciata esattamente dieci anni fa. Quando il progetto prese il via, lei era reduce dalle esperienze con Silken Barb e Ulan Bator. Come mai, ad un certo punto, ha sentito la necessità di “mettersi in proprio”?
Beh, avevo l’esigenza di esprimere le mie pulsioni interiori più recondite, e non potevo condividerle all’epoca con nessuno. Ora sarei pronto per una nuova esperienza di gruppo…
Sin dai primi lavori, i Blessed Child Opera si sono guadagnati importanti consensi di critica. L’omonimo album di debutto, uscito a pochi mesi dalla nascita della band, ad esempio, fu pubblicato anche negli USA e ricevette accoglienze entusiastiche…
Sì, riconosco che la mia musica possa essere ascoltata e forse maggiormente apprezzata all’estero. All’epoca avevo voglia di espatriare, poi la vita mi ha guidato verso una consapevolezza diversa e dunque mi son lasciato trattenere in terra italiana…
Il successivo “Looking After the Child” (2004) era forse più variegato stilisticamente. Merito, probabilmente, anche dell’ingresso nella line-up di Enzo Onorato (chitarre), Raffaele Di Somma (basso, ex Silken Barb), Claudio Marino (batteria di 99 Posse, Bisca, E’ Zezi) – senza contare gli ospiti, tra i quali spicca il soprano Carmen D’Onofrio (ex Argine e ora Maisie). Che ricordo ha delle session di registrazione di quell’album? Sentiva la pressione di dover confermare le ottime impressioni che aveva suscitato con l’esordio?
Più che altro, credo fosse la scoperta delle grandi potenzialità che mi sentivo di aver dentro e che fino a quel momento non erano ancora state espresse al meglio. Il ricordo delle registrazioni è legato alle molte nottate trascorse sempre in solitudine, tra il banco mixer e le idee improvvise che mi portavano ad uscire di casa a notte fonda per raggiungere lo studio ed “imprimerle”. Furono 6 mesi faticosi ma di grande crescita personale e artistica.
La realizzazione di “Happy Ark” (2006) fu preceduta da un ulteriore cambio di formazione, con l’ingresso di Francesco Candia (Trees) alla chitarra, Michele Santoro (RUA) al basso e Davide Fusco (Trees, Sleepless, Idiot Boy) alla batteria. Come mai avvertì questa esigenza di rinnovamento?
Nella mia vita ho sempre avuto bisogno di circondarmi di persone affidabili, che avessero il dono dell’onestà e che volessero condividere un progetto. Con i ragazzi riuscii in questo intento, in modo da far coincidere queste esigenze con la motivazione di fare degli album che potessero sopravvivere allo scorrere del tempo…
In generale, come sceglie i musicisti con cui lavorare?
Non ho un modo preciso. Mi abbandono all’istinto, e quasi sempre è come se arrivassero come un dono in un momento speciale di necessità spirituale profondo… Provo a non servirmi di musicisti turnisti per suonare dal vivo perché lo reputo abbastanza squallido e sterile…
A proposito di collaborazioni, su “Soldiers And Faith” (2008) è presente Valentina Cidda, cantante dei Kiddy Car, ma anche pianista, attrice, regista, scrittrice che, nelle note biografiche presenti sul MySpace dei Blessed Child Opera, è definita «uno spirito affine». Ci racconti qualcosa di questo vostro incontro e di come si è sviluppato, in concreto, il sodalizio artistico.
Valentina è stata per me come un angelo. Come lo sono stato credo io per lei, in un momento delle nostre vite in cui ci siamo incontrati artisticamente per sentire più vicine le nostre corde spirituali. Le nostre canzoni hanno aiutato entrambi a superare dei momenti di forte disagio esistenziale. Avremmo dovuto perpetuare questo sodalizio, ma sono fiducioso circa una possibilità futura…
Parallelamente all’attività di compositore e musicista, lei ha dato il là ad un altro importantissimo progetto, la Seahorse Recordings. Quando e com’è nata l’idea di creare una propria etichetta indipendente?
Tutto è nato nel 2001. Dissi a mio padre che avrei voluto cambiare la mia vita facendo qualcosa che mi fosse veramente piaciuto. Non avemmo esitazioni entrambi a concentrare l’attenzione sui miei trascorsi studi nel campo della musica, per cui, prendendo a modello di alcune label straniere, iniziai dapprima un percorso di “scoutaggio” band all’interno del territorio campano, per poi cominciare a pubblicare alcuni di questi artisti e sperimentare questo mondo. Dopo un po’ di anni, la label è diventato un lavoro a tutti gli effetti, con i pro e i contro del caso.
“Fifth”, l’ultimo lavoro dei Blessed Child Opera, uscito nel corso di quest’anno, è stato da lei interamente composto e registrato quasi in solitudine. C’è un motivo particolare alla base di questa sua scelta? E com’è cambiato (se è cambiato), in questi anni, il suo modo di porsi nei confronti del processo creativo? È più o meno aperto allo scambio di idee con i suoi musicisti?
Il motivo è stato quello di voler continuare il progetto di vita Blessed Child Opera dopo lo scioglimento del gruppo che esisteva sino al 2009. Avevo un po’ di canzoni nuove, tutte nate nel corso di una settimana, e mi son detto che l’unico modo che avevo per realizzarle sarebbe stato quello di registrarle da solo per non perderci troppo tempo. Invece di tempo ne è trascorso, dal momento che poi, a poco a poco, mi sono arrivate tutte quelle collaborazioni che hanno illuminato il disco e mi hanno permesso di coronare un desiderio intimo di orchestrazione che cantavo sempre nella mia testa.
L’album (a nostro giudizio uno dei migliori da lei registrato) esemplifica forse al meglio il tratto sincretico della sua scrittura, capace di nutrirsi di spunti diversissimi, spaziando dal country-folk al post-rock, senza dimenticare inflessioni shoegaze e new-wave…
Ti ringrazio infinitamente per le parole che spendi su “Fifth”. Ciò che dici risulta perfettamente aderente non solo con le mie intenzioni iniziali, ma anche con gli sviluppi naturali che il disco ha avuto durante le registrazioni e le pause di riflessione.
Una delle influenze evidenti (riscontrabile, del resto, anche in alcuni episodi del passato) sembra essere Mark Kozelek, ex Red House Painters ed ora Sun Kil Moon. Basti pensare, ad esempio, a tracce come Closed Doors o Clear Sky Optimistic, nelle quali, tuttavia, ci pare di scorgere anche, rispettivamente, echi di Sam Beam (alias Iron & Wine) e Belle and Sebastian…
Nulla da eccepire, sono tra i musicisti che apprezzo maggiormente sulla scena internazionale. Ultimamente ho scoperto anche il grande Robin Hitchcock, e sento che il prossimo lavoro si nutrirà di questo incontro. Spesso, più che i dischi, sono le persone che incontri e la loro musica a spalancarti le porte delle percezioni sonore ed interiori…
In generale, l’umore dell’LP tende al malinconico, se non al cupo. Il crescendo finale di Nothing Is in Place When It Should (memore dei My Bloody Valentine), Falling (un country-rock fosco, impreziosito dal controcanto di Valeria Sorce), le stesseClosed Doors e Clear Sky Optimistic, Reflection After Nothing (che strizza l’occhio a Johnny Cash) e I Will Find (le cui inflessioniwave richiamano alla mente i Go-Betweens), tanto nella musica quanto nelle liriche, non lasciano molto spazio all’ottimismo…
L’umore delle mie canzoni risente del mio stato d’animo, generalmente tendente al disincanto e alla riflessione. Probabilmente lo si può leggere oscuro, anche se pensavo di aver composto in tutta onestà un album più sereno e contemplativo…
Tra gli highlight di “Fifth” c’è sicuramente Ruby Light, un autentico incanto in forma di post-folk-rock. Ci racconti qualcosa sulla genesi del pezzo.
Il brano è nato in Toscana, a Mercatale di Cortona, in uno di quei momenti che non riesco a spiegare… Da poco avevo perso mio padre e la donna che amavo era una meteora per i miei sogni… È stata una tempesta emotiva liberatoria in un momento di grande sconforto…
Altra track memorabile, Lonely Friend, per sola chitarra e voce, nella sua purezza sembra omaggiare certi folksinger anni ’60…
Sì, è una sorta di ninna nanna benaugurante, per scongiurare il ritorno dei fantasmi…
Il disco chiude in bellezza con Promised Circles, un sorprendente mantra infarcito di dissonanze e cacofonie, con tanto di clarinetto free jazz (Pericle Odierna). Un brano forse inconsueto, rispetto a quello a cui ci ha abituato…
È stato un esperimento da studio. Il brano, in realtà, risale al 2006, anno in cui ho vissuto un momento di grande liberazione creativa e novità in tutti i settori della mia vita. Poi, nei dischi che produco, molte volte son riuscito a portare la sperimentazione tra l’aspetto folk delle canzoni e quello sempre presente della psichedelia, resa attraverso tutti gli strumenti che mi è possibile utilizzare…
In tutto questo, non abbiamo ancora parlato dei testi. Come compone le liriche? Nascono prima o dopo la parte musicale? E (se ci sono) quali sono i suoi artisti di riferimento quando scrive le parole?
Scrivo prima i testi e poi le musiche, come se venissero contagiate dal ritmo delle parole e dal suono di esse. Non credo di essere stato influenzato nella scrittura dei testi da alcun compositore. Credo di aver sviluppato un modo tutto personale, utilizzando la lingua inglese come se fosse un universo aperto e non chiuso dalle ristrettezze metriche e formali.
Nonostante la ricchezza e l’eterogeneità che lo contraddistinguono, “Fifth” riesce a risultare perfettamente “digeribile”. Si può dire che con quest’album è riuscito definitivamente a trovare quel punto di equilibrio tra sperimentazione e accessibilità?
Avevo bisogno di raccontare in maniera diretta tutto quello che mi passava per la mente e se questo significa “equilibrio”, allora ben venga!
Progetti futuri? Ci sarà un tour, immaginiamo…
Il tour è già partito. Abbiamo suonato in tutta Italia facendo una quindicina di date tra live in gruppo e concerti acustici solisti. Tra poco sarò a Napoli con la band a presentare “Fifth” al pubblico, cercando di non tradire troppo le radici. A settembre molto probabilmente saremo in giro per un tour all’estero, ed avrei voglia di far uscire un disco cofanetto con tutti i 5 album dei Blessed Child Opera, magari inserendovi anche degli inediti tratti dalle session di “Fifth”.
