I The Kills appartengono a quella schiera (assai ampia, a dire il vero) di band che, pur se all’apparenza provviste di tutte le carte in regola per poter registrare un capolavoro, finiscono sempre con il consegnare alle stampe compitini diligenti, al massimo accattivanti, ma mai realmente soddisfacenti. Eppure, suoni e melodie “giusti” ed un’interprete carismatica fanno parte del “pacchetto”. E allora, vi chiederete voi, cosa manca al duo americano? La risposta, ahinoi, è scontata e soprattutto è di quelle che non lasciano scampo: la profondità. Perché l’operazione di James Hince e Alison Mosshart è, in fondo, un fatto puramente estetico. Il recupero delle sonorità (post)punk-blues e garage di Pj Harvey, White Stripes e Jon Spencer avviene, infatti, all’insegna di una vena estetizzante, in cui oscurità e languore sono ridotti a meri eventi sonori e spogliati di qualsivoglia richiamo a tormenti interiori o moti febbrili dell’animo. Insomma, detta in modo brutale, i The Kills sono, in fin dei conti, dei poseur, dei poppettari travestiti da maudit.
Tutta la loro musica, è in realtà un cumulo di cliché derivati da un’ampia discografia passata e “Blood Pressures” ne è l’ennesima conferma. Abbandonato definitivamente l’approccio secco e scarnificato degli esordi (“Keep on Your Mean Side” del 2003, e “No Wow”, pubblicato due anni dopo), Hince e Mosshart procedono nel solco di “Midnight Boom” (2008), il più immediato e catchy dei tre album finora prodotti, e ci propinano la solita dose di nenie sensuali a base di distorsioni chitarristiche e spunti electro, con giusto l’aggiunta di qualche ballad più pensosa, persino barocca. Come nei lavori precedenti, l’appeal che le composizioni sono in grado di esercitare dura un battito di ciglia. Future Starts Slow è sì accattivante, ma, diciamo la verità, quante band in circolazione scrivono (o possono scrivere) pezzi del genere? Anche la sexy Satellite, con le sue ritmiche in levare, sa di esercizio di stile – per quanto la confezione, neanche a dirlo, sia impeccabile. Heart Is a Beating Drum e Nail in My Coffin sfoderano ritmiche danzabili ed umori new-wave, con la seconda, in particolare, che si lascia apprezzare, oltre che per l’interpretazione della Mosshart, anche per il brio ed un gioco tra synth e sei corde che, per un attimo, esce dai confini del prevedibile. Wild Charms sorprende con una tenera nenia beatlesiana, ma è il fosco electro-funk-rock di DNA a lasciare davvero un segno, consegnandoci quello che è forse il brano migliore della raccolta, assieme alla raffinata Baby Says, ballata sintetica di gran classe. Il valzer pianistico di The Last Goodbye, invece, non convince: sembra decisamente fuori dalle corde della coppia. Meglio allora Damned If She Do e soprattutto You Don’t Owe the Road, che riportano in auge le chitarre, offrendoci altri due tipici esempio della “loro” variante del blues. Pots and Pants è un altro passaggio meditativo che parte con un’acustica slide su un battito metronomico per trasformarsi, nel finale, in una specie di mantra elettro-sintetico, ennesimo saggio di estetica decadente in cui la forma prevale sul contenuto.
Insomma, “Blood Pressures” esemplifica tutte le caratteristiche della musica dei The Kills. Malgrado qualche timido tentativo, Hince e Mosshart non sembrano intenzionati a cambiare registro. Le prossime prove, c’è da scommetterlo, ripeteranno esattamente lo stesso canovaccio. Il che magari sarà un bene per i fan accaniti ma un male per quanti si aspettassero dal duo un colpo di reni che, a questo punto, è evidente non arriverà mai.
