La roots music metafisica degli American Music Club, il pop “ambientale” di Daniel Lanois e le nenie atmosferiche dei Talk Talk: sono questi gli ingredienti alla base della musica dei The Grand Opening. Il duo svedese, composto da John Roger Olsson e Jens Pettersson, qui alla sua terza prova, ha confezionato una manciata di ballate gentili, sommessamente malinconiche, impostate su intrecci di chitarre, qualche coloritura di keyboard, organo, piano ed evocative backing vocals (lo stesso Pettersson e Anna Ödlund) e sospinte da una sezione ritmica ridotta ai minimi termini.
Il centro focale dell’album – neanche a dirlo – sono le melodie. La scarsa varietà (anche negli arrangiamenti) ed un registro in fondo un po’ monocorde non penalizzano più di tanto la raccolta, tale è l’abilità di Olsson (autore di tutto il materiale) nel pennellare quadretti pregni di un senso di quiete, di armonia, prodotto di uno sguardo incline ad una contemplazione pacata, da esistenzialista consumato. Detto altrimenti, l’insieme, pur non risultando affatto rivoluzionario, suona terribilmente grazioso.
Ad aprire le danze, Through Your Shield, calda ed avvolgente. Habits, con quell’incedere lento, scandito da una sei corde elettrica e da un Hammond leggeri, fa pensare a certe cose di Neil Young (ma Mark Eitzel è sempre dietro l’angolo), mentre Be Steady è impreziosita dal dialogo tra una slide ed una tromba. In Faults and Errors, avvolta dall’abbraccio dell’organo, spuntano aromi soul mentre Exit, dal canto suo, vanta una Fender un po’ più pronunciata del solito e, a metà, un bel crescendo; nella melodia, oscura, s’affacciano echi di un tormento interiore tenuto però ben a bada. Breakdown sembra citare Wicked Game di Chris Isaak, mentre Forsaken ci immerge in un midtempo forse un po’ scontato, ma pur sempre di gran classe. Il meglio, però, il duo se lo conserva per il finale. E non ci riferiamo tanto al sussurro ipnotico di The Time Remaining, quanto piuttosto alla cullante e desolata This Way Suits Me Well e soprattutto alla title-track, una ballad d’ascendenza folk arrangiata per acustica, voce, cori estatici e un pizzico di tastiere, che ci consegna un sublime esempio dell’arte semplice eppure estremamente raffinata di Olsson.
Peccato, dicevamo, che il disco difetti in termini di eterogeneità stilistica. Con un po’ di coraggio in più, i The Grand Opening avrebbero potuto regalarci un ottimo LP. Così, invece, dobbiamo accontentarci di un’opera appena sopra la sufficienza. Ad ogni modo, i margini di miglioramento che si scorgono qua e là nel corso di “In the Midst of Your Drama” lasciano ben sperare per il futuro.
