The Ex KGB – I Putin

Per fortuna ci sono ancora dischi come questo dei The Ex KGB. Ovvero album in grado di mandare in crisi l’ascoltatore abituato al conforto di un’etichetta, smanioso di classificare, catalogare, incanalare flussi di note e parole entro contenitori a compartimenti stagni per l’innato bisogno di mettere ordine nel proprio mondo. “I Putin” (o, se preferite, “первый Пу́тин”, come recita il titolo originale, che compare sulla copertina) se la ride allegramente di ogni misero tentativo di dare un nome a quell’orgia sonora di chitarra-basso-batteria lunga nove brani e ventuno minuti di cui si compone, in spregio ad ogni calcolo commerciale o tentazione mainstream.

Disarticolate, sconnesse, psicotiche, le track evidenziano un approccio alla composizione in cui si fondono una sincera vena anarchica e l’attenzione alla strutturazione dei pezzi: come a dire, “follia controllata”. Sul palco di questo mini-teatro dell’assurdo messo in piedi da Mike 3rd (chitarra, voce), Emanuele Cirani (chapman stick, basso, voce) e Alberto Stocco (batteria, percussioni, voce) con l’aiuto di Ronan Chris Murphy (produttore, tra gli altri, di King Crimson,Tony Levin e Terry Bozzio), post-punk, funk-rock e math-rock si prendono per mano e danzano selvaggi, dando vita a coreografie tanto strampalate quanto irresistibili, ad un variopinto pastiche che, sovente, si colora di toni parodistici.

It Never Stops, Dangerous Toys (scritta a sostegno di “Greenpeace”), Do You Want to Know, A New Way, Super Gas e I’m Moving suonano come una specie di jam session tra Minutemen, Primus e Red Hot Chili Peppers, infarcite come sono di spunti crossover fratti e destrutturati alla luce delle nevrosi post-’77. Il punto, però, è che il trio padovano riesce nell’impresa di non risultare mai sterilmente derivativo, grazie a partiture irresistibili, organizzate come congegni ad orologeria, e ad un’esecuzione strumentale tanto precisa quanto intelligente, che fa leva su molteplici registri (sguaiatezza, ferocia ed isteria), regalando più di un brivido all’ascoltatore. Nel mezzo, spunta anche il rockabilly supersonico di Pussy Galore (che non dispiacerebbe a Lemmy dei Motörhead), a dimostrazione di come l’arte dei nostri sia in grado di inglobare, in un sound personale, una quantità impressionante di spunti.

L’unico rammarico è che “I Putin” dura troppo poco. Per il resto, trovargli un difetto è impresa assai ardua. La carriera dei The Ex KGB si preannuncia luminosa.

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