Whitesnake – Forevermore

Invecchiare, e soprattutto invecchiare bene, resta uno dei momenti di maggiore difficoltà lungo il tragitto artistico e personale di un musicista. Una sorta di prova esistenziale dinanzi alla quale spesso cadono sconfitti persino i talenti più floridi. David Coverdale, inglese, classe 1951, di anni passati a stretto contatto con il rock ne ha accumulati davvero tanti: quattro decadi costellate di successi poderosi, album memorabili, momenti di stallo e scivoloni eclatanti. Insomma, tutti gli ingredienti tipici di chi, con grande professionalità e ostinata coerenza, ha speso tutta la propria vita e il proprio talento cercando, attraverso canzoni, dischi e tour megagalattici, di regalare il più ampio ventaglio di emozioni ai propri fan. Non possiamo nasconderci dietro un dito, però. Le prodezze dei Whitesnake (il progetto dietro al quale si cela il vocalist, ex Deep Purple) risalgono a parecchio tempo fa: il loro punto più alto è da rintracciarsi in “Ready an’ Willing” e nel favoloso “Live In The Heart of the City” (probabilmente uno dei più grandi live-show della musica rock), mentre il successo commerciale venne raggiunto soltanto con il furbo “1987”, che oltre a piazzarsi al primo posto delle classifiche americane sancì il trionfo dell’hard-rock “capellone” e patinato, grazie soprattutto ad un forte appeal melodico.

Pare, insomma, che la storia dei Whitesnake sia abbastanza datata e già abbondantemente scritta. Eppure “Forevermore”, che arriva alle stampe a distanza di tre anni dall’opaco predecessore, “Good to Be Bad”, ha il timone indirizzato proprio alla riscoperta del lato più blues e giovanile della band, in sostanza orientato ai timbri massicci dell’hard-rock più scarnificato.

Si parte con il blues rovente e strapazzato di Steal Your Heart Away e si procede con il rock’n’roll arzillo e scintillante di All Out of Luck. Tutto secondo copione, ma sorprende l’attenzione maniacale che stavolta la band ha riversato nella produzione e nella costruzione delle sfumature musicali, rese perfette dalle prodezze chitarriste di Doug Aldrich e da un sound complessivamente dominato dalla vocalità ruspante di Coverdale, sempre attento a dosare la propria interpretazione. Quando mostrano gli artigli, come nella selvaggia Dogs in the Street, i nostri probabilmente si esibiscono al top delle loro capacità. Riflettendoci, la dote migliore dei Whitesnake rimane quel modo incredibilmente singolare e affascinante di coniugare gusto melodico e chitarre possenti, come giustamente testimoniato dal singolo Love Will Set Me Free (una della canzoni migliori dell’intera discografia della band), anche se l’ascolto dell’album rivela qualche momento trascurabile, soprattutto nei frangenti in cui la tensione si smorza e le idee restano un po’ troppo sfocate.

Poco importa: se finora avete seguito il percorso artistico di Coverdale con devozione e incondizionato amore, è molto probabile che, grazie a questo LP, avrete un buon motivo in più per amare lui e i suoi Whitesnake. E se durante l’ascolto di “Forevermore” vi dovesse capitare di muovere velocemente le dita durante un assolo o di accennare un impacciato air-guitar, allora vorrà dire Coverdale ha centrato decisamente il bersaglio.

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