Current 93 – Locomotiv Club, Bologna

Vestito sgualcito, camicia leggermente sbottonata sul petto, scarmigliato, la figura magra, tesa, da cui promana, tuttavia, una sorta di quiete interiore, che si palesa nei tratti gentili del viso, talvolta contratto in un sorriso persino timido. Si presenta così, la sera di venerdì 25 marzo, sul palco del Locomotiv Club di Bologna, David Tibet. L’occasione è di quelle importanti: la data emiliana, infatti, è l’unica nel nostro Paese di un tour che attraverserà tutta Europa, con l’obiettivo di presentare al pubblico HoneySuckle Æons (Coptic Cat), l’ennesimo capitolo della sterminata discografia dei Current 93. Il locale felsineo è gremito, l’atmosfera sospesa: tutti attendono l’appalesarsi della scintilla divina, l’esplodere del fuoco sacro, il compimento del rito purificatore da parte del Maestro di Cerimonie britannico e dei suoi discepoli. E, lo diciamo subito, gli “officianti” non hanno deluso le aspettative.

Merito di composizioni estremamente suggestive, intense, evocative, che recano indelebilmente il marchio di Tibet (vero nome, David Michael Bunting). Imperniati su un mix catacombale di folk, psych/post-rock e industrial, questi saggi minimalisti di teatralità luciferina bruciano di spasmi febbrili, percorsi da visioni apocalittiche, gravidi di oscure rivelazioni ed echi psicomagici di civiltà lontanissime. Impossibile operare una catalogazione. Ecco perché i Current 93, nonostante facciano dischi da più di trent’anni (con diversi cambi di line-up, va detto), sono ancora tanto amati dai fan e fatti oggetto di una venerazione che, nell’ambito della scena alternative (qualunque cosa questo termine voglia dire), è cosa piuttosto difficile da riscontare in tali proporzioni.

Venti minuti dopo le 22,30 (l’orario d’inizio previsto per il concerto) comincia la liturgia. Mr. Bunting (in realtà originario di Batu Gajah, cittadina della Malesia), coadiuvato da James Blackshaw (chitarra), Keith Wood (chitarra), Eliot Bates (oud, uno strumento a corde particolarmente diffuso nel mondo arabo), Andrew Liles (synth), Baby Dee (piano) e Alex Neilson (batteria), mette in scena un “grand guignol dell’anima”, una pièce sconnessa e delirante, che esplora le profondità dell’inconscio, portando a galla demoni-archetipi, fantasie innominabili, visioni deformi e agghiaccianti. Quando intona Invocation of almost, On Docetic Mountain, Not Because the Fox Barks (tratte da Aleph at Hallucinatory Mountain, 2009), Black Ship Ate the Sky (dall’omonimo lavoro del 2006) e Oh Coal Black Smith (contenuta nello storico Swastikas for Noddy, 1988), Tibet si immerge appieno nella pastosa materia sonora di cui sono fatti i suoi incubi, come un treno lanciato a folle velocità nelle profondità più oscure degli Inferi. Il cantante urla, strepita, declama, sussurra, si contorce, i muscoli tesi fino allo spasmo, aggrappandosi all’asta del microfono come fosse una sorta di ancora di salvezza, l’ultimo, decisivo appiglio a cui tenersi per non precipitare nell’Abisso. Il pubblico assiste come impietrito, paralizzato da tanta soverchiante vis espressiva, quasi temendo che ogni gesto sarebbe fuori posto, che ogni mossa rischierebbe di spezzare l’incantesimo.

Spiritato anche nella più rattenuta The Nylon Lion Attack as Kingdom (da Birth Canal Blues, 2008), il nostro varia registro quando accenna The Nudes Lift Shields for War (estratta da Baalstorm, Sing Omega, 2010), pezzo di straziante malinconia. Ma è, a ben vedere, l’altra faccia di una stessa medaglia, una tappa fondamentale nel pellegrinaggio di quest’anima dannata, perennemente alla ricerca di una redenzione che raggiunge solo momentaneamente, perché appena agguantata fugge via. Fino alla prossima canzone, fino al prossimo concerto, fino al prossimo rito catartico.

Per pietà, taceremo dell’idiota neo-goth che ha contestato Tibet, suscitando l’ira degli spettatori presenti, del chiacchiericcio maleducato proveniente dal fondo della sala e soprattutto dell’aberrante tripudio di macchine fotografiche e flash che, da sotto il palco, attorniavano il povero bandleader, mettendone a dura prova la pazienza. Non ci interessano le polemiche, ma la musica. E quella dei Current 93 è davvero grande, credeteci.

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