The Boxer Rebellion – The cold still

Qualcuno ha scritto che l’imitazione è la manifestazione più sincera di un sentimento d’ammirazione. Se è vero, allora i Boxer Rebellion devono essere tra i massimi apologeti dei Radiohead. Non si spiega altrimenti un album come questo The cold still. Rispetto ai precedenti Exits (2005) e Union (2009), il nuovo lavoro dei londinesi perfeziona la formula basata sul contrasto tra intimismo lirico-melodico e retorica da stadium rock, tra malinconia sofferta e slancio epico. Il risultato è una manciata di ballate che strizzano palesemente l’occhio a Thom Yorke e soci, senza dimenticare i “pop-nipotini” Coldplay e qualche pizzico di U2.

Risultato? Un disco che lascia piuttosto freddi (è il caso di dirlo). L’incalzante Step out of the car, il lamento struggente di Locked in the basement, la marziale Memo e The runner, spezzata e nervosa, malgrado le buone intenzioni, non si distaccano nemmeno un po’ dal copione tracciato dalle band di riferimento, sfiorando talvolta il plagio (Step out of the car è praticamente una rilettura di Jigsaw falling into place). La bella calligrafia non salva, insomma, quello che è un compitino ben confezionato ma algido. Caught By the light riprende la metafisica depressa di Ok computer e la coniuga con una vena colplayana limitandosi alla crasi, senza aggiungere niente di proprio. Orchestra, piano, chitarre impegnate in delicati arpeggi o in strumming distorti, drumming marziali/tribali, organi da chiesa, sintetizzatori: tutto è al servizio di eleganti crescendo che cercano invano il contatto spirituale con l’ascoltatore, fallendo però ripetutamente l’aggancio. Nathan Nicholson canta di amore, vita e morte, e nonostante si sforzi di suscitare empatia, la sua voce rimane un’eco lontana, le sue parole morte, incapace di scivolare sotto la pelle. Del resto, se non ci riescono neppure pezzi come Both sides are even o Doubt a commuovere (letteralmente: a smuovere dentro), allora è proprio segno che qualcosa non funziona.

Assecondati dal produttore Ethan Johns (al lavoro, tra gli altri, anche con i Kings of Leon, forse il riferimento “occulto” dell’intera operazione), i Boxer Rebellion ci hanno consegnato una pagina di scialbo indie rock manierista, un prodotto facile facile che specula su formule altrui senza rischiare minimamente. Serve altro per essere grandi: serve coraggio. Proprio quello che manca al quartetto.

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